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31 maggio 2010

La presenza domenicana in Emilia-Romagna

La storia dei quaranta conventi e vicariati sorti a partire dal 1218 in Emilia-Romagna può essere suddivisa in due periodi: il primo comprende le dodici fondazioni realizzate da San Domenico e dai suoi seguaci nel secolo XIII, mentre il secondo vede altre venticinque fondazioni, tra maggiori e minori, patrocinate da signori o da comunità locali in pieno Rinascimento.

Dal punto di vista dell’organizzazione dell’ordine il territorio della Regione Emilia-Romagna appartenne sempre alla provincia di Lombardia. Infatti nel 1221, nel secondo Capitolo generale (30 Maggio) l’ordine intero fu diviso in otto Province. Per quanto riguarda l’Italia furono create due province: La Provincia Lombardiæ, comprendente l’Italia settentrionale, dalle Alpi agli Appennini, il cui primo Priore Provinciale fu il beato Giordano di Sassonia, e la Provincia Romana o di Tuscia che comprendeva tutto il resto dell’Italia. Poi nel 1303, dato il grande numero di religiosi e di conventi, il Capitolo generale divide la Provincia Lombardiæ in Provincia Lombardiæ inferioris con sede a Bologna, e Provincia Lombardiæ superioris con centro a S. Eustorgio di Milano.


Il primo periodo è caratterizzato da una rapida diffusione dell’ordine con la fondazione di conventi nelle più importanti città della regione lungo le principali vie di comunicazione, come la via Emilia e la Romea.

La città di Bologna, grazie alla presenza dell’università, venne scelta nel 1218 da San Domenico come sede primaria del suo ordine e in meno di tre anni molti professori e studenti entreranno a far parte dell’ordine rendendosi protagonisti del suo diffondersi in Italia e all’estero: tra questi basti ricordare san Raimondo di Penafort, san Pietro da Verona, Giovanni da Vicenza e tanti altri. San Domenico durante il periodo della sua presenza nel convento di Bologna, che si trovava a San Niccolò delle Vigne, formò le vocazioni e le preparò alla missione evangelizzatrice che i suoi figli avrebbero dovuto svolgere presso tutti i popoli.

Alla morte di San Domenico, avvenuta a Bologna il 6 Agosto 1221, l’edificio del convento stava sorgendo secondo i canoni della funzionalità e della povertà evangelica e nello stesso modo sarà costruita la chiesa che verrà poi interamente ricostruita nel decennio successivo: entrambe saranno un modello per altre chiese domenicane, come quelle di Piacenza, Imola, Reggio Emilia e Faenza.

Bologna è da considerare il centro di diffusione delle schiere domenicane nella regione. Fra Bonviso creò il convento di S. Giovanni in Canale a Piacenza nel 1223, sua città di origine. Reggio Emilia accolse una comunità di frati nel 1235. A Modena fu il vescovo domenicano Alberto Boschetti a offrire nel 1243 ai confratelli un convento. Parma diede loro una sede definitiva nel 1246 grazie all’intervento del vescovo Alberto Sanvitale, nipote di Innocenzo IV. Faenza risale al 1223 (ma la sede definitiva di S. Andrea si avrà nel 1231); S. Giacomo a Forlì è databile al 1230; S. Nicolò di Imola è del 1245. A Cesena i domenicani sono presenti già nel 1250. Il comune di Rimini nel 1254 concede a fra Giovanni la chiesa di S. Cataldo. A Ravenna i frati erano già presenti nel 1253 e otterranno la stabilità il 2 marzo 1269. Nel 1274 abbiamo il convento di S. Domenico a Ferrara. In questo modo i figli di san Domenico in mezzo secolo si stabilirono nei centri principali della regione .

All’inizio del loro insediamento in una città i frati alloggiavano in ambienti di fortuna, presso chiesette periferiche, cercando sempre un posto migliore e un terreno edificabile adatto e sufficiente. Se poi parliamo della costruzione del convento e della chiesa le cose andranno per le lunghe, decenni o anche un secolo o più. Tra i primi conventi ad essere completati, almeno nelle parti essenziali, vi è certamente il convento di Bologna con la chiesa che era divenuta la custode delle reliquie del Santo Fondatore.

I frati predicatori si insediano dentro le città, non fuggendo in luoghi solitari o in remote abbazie isolate dal mondo, ma facendosi cittadini e condividendo la condizione degli altri uomini. I loro conventi si trovano vicini alle mura della città ed erano costituiti essenzialmente da due parti, la chiesa e il convento. Per quanto riguarda la chiesa essa in pratica era un solo grande edificio sacro diviso in due parti da un pontile. La parte riservata ai frati era la parte più ornata, si trovava all’interno della clausura ed era utilizzata per la solenne ufficiatura, mentre la parte più semplice era riservata ai fedeli. L’edificio che costituiva il convento doveva contenere tutti gli ambienti necessari ad una comunità di persone che dovevano trovare entro il convento l’indispensabile per la loro intera vita, dalla vestizione e professione religiosa fino alla morte e sepoltura: quindi vi era il dormitorio, l’ospizio, l’infermeria, la sala del capitolo, la biblioteca, le aule scolastiche, la lavanderia, il refettorio, la cucina, la cantina, il granaio, la legnaia e il cimitero. Inoltre per volere di San Domenico si trovava anche l’orto in cui veniva coltivata la frutta e la verdura per il consumo interno. In media un convento domenicano del XIII secolo occupava circa tre ettari di terreno, chiuso da un muro di cinta che proteggeva la clausura ed era aperto unicamente sulla piazza pubblica che dava accesso al sagrato della chiesa.

Queste costruzioni erano caratterizzate dalla povertà. San Domenico volle consacrarsi alla predicazione del Vangelo seguendo la povertà degli apostoli. Quindi era vietato vivere delle rendite derivanti da proprietà immobiliari, come campi e case e da depositi bancari. La prima generazione di frati visse con la questua di porta in porta e con le offerte spontanee dei fedeli; erano appunto “mendicanti” e quel tenore di vita conquistava i giovani che abbracciavano numerosi la vita religiosa. Ogni convento, per sua costituzione, era una scuola qualificata di filosofia e teologia che era aperta anche ai chierici e ai laici. Accanto alla figura del priore, vi era quella del predicatore e quella del lettore, che di solito, era laureato a Parigi.

All’interno della regione il convento di Bologna fu elevato al grado di “studio generale” per l’Italia nel 1248 . Ma il fatto più importante era la “circolazione dei cervelli”; infatti, mentre i monaci benedettini erano legati per tutta la vita alla propria abbazia, i domenicani erano invece legati all’ordine, che in questo modo li poteva assegnare a qualsiasi convento. Questa era la norma, non l’eccezione, e ciò produceva un crescente arricchimento culturale. Inoltre le biblioteche erano aperte a tutti gli studiosi ed erano fornite di codici di cultura generale, profana, classica e sacra ecc: opere di teologia, filosofia, diritto civile ed ecclesiastico e il fondo librario aumentava con il passare degli anni. A questo si aggiungano le opere d’arte, di pittura, scultura e di architettura patrocinate dai frati nella costruzione delle loro chiese, cappelle e conventi che in questo modo diventano dei veri scrigni di tesori artistici.

Per quanto riguarda il secondo periodo bisogna segnalare che dalla metà del Duecento e per oltre due secoli non vi sono fondazioni di rilievo ma si assiste alla crisi della povertà all’interno dell’ordine, cosa che ha profondamente modificato il progetto originario di san Domenico. Alla fine del XIII secolo la povertà mendicante verrà abbandonata e per assicurare il sostentamento ai conventi si ricorrerà ai proventi della proprietà immobiliare. I terreni agricoli che venivano ereditati dai frati si espandevano a macchia d’olio e la povertà era ormai di tipo personale piuttosto che comunitaria; ma nel XIV secolo anche la povertà personale scomparve e i conventi si trasformarono in alberghi abitati dai frati che conducevano vita privata. Questa situazione suscitò un movimento di riforma che venne promosso da una giovane terziaria domenicana, Caterina da Siena, che affronterà con decisione e pieno successo il problema nel secolo XV. Questa riforma ha reintegrato la povertà personale, accettando però il sistema delle rendite fondiarie, come stabilito da Papa Sisto IV. La riconquistata fiducia nella virtù e santità dei frati predicatori presso l’opinione pubblica spiega la serie impressionante di nuove fondazioni che si registreranno successivamente in pieno Rinascimento, nel momento più acuto della crisi morale della Chiesa.

[Andrea]

28 maggio 2010

XXXVII-XXXVIII. Zero tituli

Se chiedete ad un frate domenicano cos'è l'umiltà, lui vi risponderà, quasi sicuramente, che l'umiltà è il dare il giusto valore a se stessi. Il brutto è che non è assolutamente facile autovalutarci. Alcuni sono arciconvinti di valere molto, magari perchè sono belli, ricchi, intelligenti, potenti, uomini di successo. Se sei Mourinho, e hai vinto tutto allenando squadre dall'alta propensione a perdere, come il Porto o l'Inter, pensi di avere tutte le ragioni del mondo a sentirti "the special one". Altri sono dell'altra sponda: si sentono delle cacche e come tali si comportano.

Credo che uno cominci a darsi il suo "tasso di cambio reale", quando realizza che tutto quello che ha non se l'è dato da solo, ma che gli viene da Dio: dove sei nato, i genitori che hai avuto, il tuo carattere e le tue doti naturali, il fatto che ti alzi ogni mattina. Quando uno si ficca in testa questo concetto, poi non accampa diritti fondati sulla propria bravura e non cerca nemmeno di essere incensato. Non fa sfoggio di tituli, nè chiede conto di quelli degli altri, ma come fa Paolo di Tarso, se si vanta, si vanta in Cristo. Non lotta più per essere riconosciuto signore, ma mette le se doti a servizio degli altri. E se ritiene di essere un buono a nulla e di non avere nulla da dare al mondo, si ricordo che non sta disprezzando se stesso, ma i doni che il Padre gli ha dato.

Ecco, come ricorda Umberto di Romans, dall'umiltà sbocciano tutte le altre virtù. Forse addirittura la fede, che non è altro che riconoscere di non bastare a se stessi e che nessuna Champions League, ma solo un Altro, potrà mai soddisfare il desiderio di trascendenza, inscritto nella nostra anima.

XXXVII. Per riconoscere il valore dell'umiltà, cercate di comprendere la ragione per cui essa è: la cenere che conserva il calore dei carboni della virtù; il fondamento che sostiene l'edificio spirituale in modo che non cada; la scala che ci porta in cielo.

L'umiltà stessa, infatti, conserva le altre virtù, ci rende simili al nostro Capo, orna ogni azione con la sua bellezza. Essa è ciò che Dio ama, lodevole per se stessa, in mille maniere utile a noi e di esempio al prossimo. L'umiltà è certamente la virtù che ottiene i beni che ci mancano, consolida quelli che già abbiamo, recupera quelli che abbiamo perso.

XXXVIII. Se, quindi, qualcuno si sforza di essere perfettamente umile, provi a mostrarsi sordo, cieco, muto e persino stolto nell'intimo, affinchè non senta, dica o veda nulla che lo trattenga dal suo proposito e non rinunci a un comportamento virtuoso per paura di essere deriso.

Ciascuno coltivi l'umiltà in modo perfetto affinchè, così come ne fa mostra esteriormente nelle sue opere, così la trapianti anche giù nel suo cuore. Non siate, quindi, come quelli che amano l'umiltà, ma non vogliono essere disprezzati, poichè questi, se conoscessero davvero l'umiltà, non dubiterebbero affatto che essa consiste nel disprezzo delle proprie qualità.

Nel vestirvi mantenete un tale equilibrio da non farvi notare per originalità o lusso ma nemmeno per eccessiva trasandatezza. La superbia, qualche volta, si rafforza dalla propria mortificazione. Infatti, uno si impegna ad umiliarsi e poi finisce scioccamente per vantarsene.

Allo stesso modo, uno digiuna per Cristo e poi, spesso, se ne gloria. Questa è la ragione per cui, quando un tal frate chiese perchè si potesse digiunare più facilmente in comunità che da soli, gli venne risposto: "Perchè in monastero è il venire indicati dagli altri che ci nutre, mentre, quando si è soli, non c'è alcun testimone del digiuno." (Dalle Vite dei padri).

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26 maggio 2010

Gli ordini mendicanti e le città

Nel XIII secolo l’influenza degli ordini mendicanti si è esercitata essenzialmente nelle città. La priorità riconosciuta all’apostolato nella società urbana dipendeva da molte ragioni.

Prima di tutto dal ruolo sempre più rilevante delle città sul piano politico, economico e culturale. La Chiesa si era lentamente adeguata a questa nuova realtà ma rimaneva legata ai valori della società rurale in cui si era sviluppata la maggior parte dei movimenti religiosi dei secoli XI e XII. Negli ambienti cittadini ci si arricchiva facilmente e il denaro circolava abbondantemente, anche grazie alla pratica del prestito ad usura. Numerosi uomini di Chiesa, esigenti sul piano morale, reagirono lanciando anatemi verso certe forme della vita economica e della società urbana. Non solo erano corrotti i ricchi, ma anche i poveri, spesso contadini che fuggivano dalle zone rurali e attirati dalla prospettiva del guadagno non esitavano ad allearsi con i ceti borghesi in congiure illecite, talvolta ribellandosi anche all’autorità del vescovo.

Era questa la situazione all’inizio del XIII secolo quando apparvero gli ordini mendicanti. I loro fondatori presero coscienza del fatto che la città era uno spazio umano da riconquistare dal punto di vista religioso. Nelle città della Linguadoca il problema più importante era rappresentato dalla diffusione dell’eresia a cui aveva aderito buona parte della popolazione conquistata dalla predicazione evangelica dei catari. Anche altre motivazioni spingevano i nuovi ordini religiosi a stabilirsi nelle città. La crescita rapida dei loro membri e il rifiuto di ogni proprietà fondiaria li obbligava ad inserirsi nella società urbana al fine di trovare le risorse (elemosine, ma anche lasciti testamentari) necessarie per mantenere le loro comunità. Il fatto poi che non fossero contigui ad ambienti signorili facilitava un forte influsso sul complesso delle comunità cittadine, e dunque anche sul ceto più popolare. I mercanti e gli artigiani erano spesso spinti dalla cattiva coscienza (pro male ablatis) a distribuire una parte dei guadagni ai religiosi che avevano scelto di vivere nella povertà e nell’umiltà.

Verso il 1230 i due principali ordini mendicanti avevano preso un chiaro orientamento urbano, ma fino alla metà del XIII secolo i conventi furono fondati soprattutto nei quartieri periferici delle città, generalmente all’esterno delle mura. Questo per vari motivi: da un lato essi erano poco conosciuti e quindi i vescovi concedevano loro modeste chiese periferiche o terreni situati in zone in via di urbanizzazione, ma d’altra parte questa scelta corrispondeva alle esigenze dei religiosi che nelle periferie trovavano una popolazione da poco arrivata dalle campagne e non pienamente integrata nelle strutture parrocchiali. inoltre bisogna anche tenere conto del fatto che ci furono anche dei contrasti con i sacerdoti secolari, che vedevano erose le proprie prerogative pastorali a vantaggio dei mendicanti. Invece dopo il 1250 i mendicanti cominciarono a trasferirsi e costruire chiese e conventi all’interno delle mura cittadine.

I superiori degli ordini e il papato misero sempre più l’accento sulla missione pastorale dei mendicanti che doveva sollecitare i laici alla penitenza e alla confessione sacramentale. Le città erano i luoghi più idonei ai fini pastorali: si potevano riunire le folle nelle chiese e nei luoghi pubblici per parlare di Dio e invitare alla conversione. Inoltre, soprattutto in Italia, l’eresia era un fenomeno urbano e a partire dal 1233 francescani e domenicani furono ufficialmente incaricati dell’Inquisizione e i loro conventi si trasformarono in tribunali e a volte in prigioni.

Al termine di questo processo gli ordini mendicanti, durante gli ultimi decenni del XIII secolo, si erano profondamente radicati nel tessuto urbano e la solidarietà esistente tra loro e le città che li proteggevano si fondava su uno scambio di servizi: le municipalità assicuravano regolari sussidi sotto forma di doni in denaro, vestiti, legname. In cambio ricorrevano ai loro servizi come messaggeri, mediatori o diplomatici.

L’esempio più significativo del successo incontrato dagli ordini mendicanti è rappresentato dalle loro chiese. Mentre i fondatori avevano chiesto che i frati si accontentassero di edifici modesti, questi ultimi non tardarono ad avventurarsi nella costruzione di conventi e chiese che suscitano meraviglia per la loro grandezza.

Le deviazioni dallo spirito della Regola potevano essere giustificate dall’utilità e dalla funzionalità: la costruzione di grandi chiese doveva consentire l’accoglienza di grandi masse di fedeli e le fondazioni non avvenivano per caso ma rispondevano a criteri demografici ed economici. Verso il 1300 una città che ospitava 4 o 5 conventi di mendicanti era considerata una città importante mentre quella che, ad esempio, poteva contare sulla presenza di un solo convento non doveva avere molti abitanti. Questo potrebbe far supporre che la collocazione geografica dei conventi dei mendicanti rifletta lo sviluppo delle città dell’occidente e il loro livello di sviluppo.

Nell’affermare questo occorre tuttavia una certa cautela, perché vi sono delle eccezioni da considerare. Ad esempio in molte città non secondarie il capitolo della cattedrale - e il clero secolare - in genere oppose molte resistenze all’insediamento degli ordini mendicanti e inoltre bisogna tener conte del fatto che questi religiosi si spostavano frequentemente e avevano quindi bisogno di un ricovero sicuro ogni 30-40 chilometri e così alcuni ordini furono sollecitati a fondare conventi in località di secondaria importanza. Inoltre le regioni più urbanizzate dell’occidente furono raggiunte per prime dal fenomeno dei mendicanti mentre le altre furono coinvolte solo alla fine del XIII secolo e all’inizio del XIV. Infine, a partire dalla fine del 1300, per evitare una concorrenza esagerata tra gli ordini in un’epoca di crisi economica, il papato proibì la creazione di nuovi conventi senza la sua autorizzazione.

In conclusione si può parlare di una diffusione imponente degli ordini mendicanti negli ambienti urbani alla fine del XIII secolo; il loro successo era dovuto al fatto di offrire ai fedeli ciò che il clero secolare non offriva più: una vita morale irreprensibile e una cultura messa al servizio di una migliore trasmissione del messaggio cristiano attraverso la predicazione. I rapporti stretti con gli ambienti laici permettevano loro di conoscere adeguatamente i loro problemi per questo furono all’avanguardia della riflessione teologica in questo ambito. In genere gli ordini mendicanti riuscirono ad adempiere alla missione che la Chiesa del tempo aveva loro affidato: l’evangelizzazione della società urbana in occidente.

Andrea

24 maggio 2010

9 modi di pregare

Oggi si festeggia la traslazione di san Domenico, si ricorda cioè quando il fondatore dei predicatori venne riesumato dalla sua tomba sotto il pavimento della chiesa e, in barba alle sue indicazioni testamentarie, sistemato nella bellissima arca che ancora oggi si può ammirare a Bologna.

Io mi unisco ai festeggiamenti pubblicando un volantino, che, volendo, si potrebbe ripiegare e infilare in tasca o nel portafoglio e dove presento i 9 modi di pregare di san Domenico.

I 9 modi di pregare di Domenico

La prima cosa che colpisce è la corporeità della preghiera del santo da Guzman. Quando Domenico pregava, ripeteva parole della Scrittura, ma, soprattutto, muoveva, piegava, allungava e torceva il suo corpo. Oggi non siamo più abituati a questo stile: la nostra preghiera, la mia in primis, è diventata privata, intimista, nascosta tra le pieghe della corteccia celebrale. Le stesse chiese si adattano male all'espressività devota del corpo, visto che consentono solo tre posizioni: seduto, in piedi, in ginocchio. Se qualcuno oggi pregasse in chiesa come Domenico, verrebbe preso subito per matto.

Forse stranamente, il posto dove il modo di pregare è più vicino a quello di Domenico è la collina borgognona dove dimora la comunità monacale ecumenica di Taizè. Nella loro chiesa non esistono sedie o panche o inginocchiatoi, ma c'è solo una grande moquette. I pellegrini meno elastici possono prendere dei piccoli sgabellini su cui si può stare seduti, ma su cui si è più comodi in ginocchio, e che si possono sistemare ovunque. Per terra, invece, i giovani incrociano le gambe, si sdraiano, si prostrano, contemplano e adorano Dio con il loro corpo. Poi, chi ci è stato lo sa, c'è la preghiera del venerdì sera, quando una croce viene stesa per terra e chi vuole si avvicina appoggiandoci sopra la fronte e pregando (e piangendo) per qualche minuto. Una preghiera così poco discreta! Come faceva Domenico.

I 9 modi di Domenico sono un climax. I primi tre sono atti di umiliazione e richiesta di perdono. Dal quarto al sesto ci si eleva gradualmente, passando dalla mortificazione all'invocazione. Con gli ultimi tre modi Domenico si apprestava a ricevere la grazia di Dio. La preghiera del corpo domenicana è quindi un insieme organico e una piccola scuola di spiritualità. Le tre tappe indicate dal padre dei predicatori andrebbero affrontate tutte e, magari, in ordine.

Degno di nota è anche il fatto che gli ultimi due modi, il culmine - quindi - della preghiera di Domenico, sono due atti tipici della vita domenicana: l'ottavo è lo studio, il nono è il viaggio, l'essenza stessa cioè dell'attività del predicatore e, al tempo stesso, preghiera. Così, la vita si fa preghiera e crolla il muro che separa l'ora dal labora. Anzi, sono convinto che la predicazione sia il decimo modo di pregare, talmente ovvio e implicito alla vita di un predicatore, da non dover nemmeno essere ricordato tra i modi "canonici". Comunque, lo sostengono tutti i libri di spiritualità domenicana che mi sono capitati tra le mani, per ogni frate predicatore la predicazione è preghiera e sbocco e apice della preghiera.

Qualche riga la spendo sul terzo modo, che è forse quello che ci pare più strano, intollerabile addirittura, di quelli che ci fanno pensare al Dio sanguinario e crudele di cui scrivevo qualche mese fa. Si tratta dell'autoflagellazione, caldamente consigliata da Domenico ai suoi confratelli. Penso di poter dire, e chi sa meglio mi corregga, che questo tipo di mortificazione non vada intesa come una punizione necessaria per ottenere il perdono di Dio (che ci è già stato guadagnato da Cristo). Essa è, piuttosto, un mezzo per meglio comprendere e contemplare la sofferenza che Gesù ha sofferto per noi. La coscienza del dolore di Dio - ficcataci in testa da una spranga sulla schiena - è una tappa cruciale nel processo di conversione di ciascuno: questa è "la disciplina che ci indirizza di nuovo verso lo scopo". D'altro canto, il terzo modo esprime plasticamente anche la nostra sofferenza e il nostro dolore per il peccato nostro e per quello del mondo: la schiena sanguina solo quando sanguina anche il cuore.

In ogni caso penso proprio che, per evitare danni molto maggiori dei benefici, questo terzo modo vada somministrato sotto stretto controllo di un direttore spirituale. Nel frattempo, magari anche battersi semplicemente il petto potrebbe bastare...

23 maggio 2010

Il capitolo del 1220 e le costituzioni domenicane

Nell’anno 1221 l’ordine aveva già le sue costituzioni. San Domenico aveva predisposto un piano organizzativo ma non volle stabilire nulla senza il consenso dei suoi frati, che convocò per un’assemblea generale che si sarebbe svolta a Bologna nella Pentecoste del 1220. È in questo capitolo che furono emanate le prime e fondamentali costituzioni dei frati predicatori.

Le costituzioni ribadirono la povertà del singolo e della comunità, mutuando elementi tradizionali dalle congregazioni dei canonici regolari. Si ispirarono anche a forme di vita monastica, specialmente a quelle dei cistercensi. I possedimenti di terre e gli introiti fissi furono aboliti, mentre completamente nuovo era il precetto di vivere di elemosine. La struttura delle chiese doveva essere semplice come quelle dei primi cistercensi. Le case vennero fondate nei centri urbani o immediatamente a ridosso di questi, con una speciale attenzione verso le città sedi di università o in quelle commerciali; in esse i domenicani trovarono il terreno adatto per le vocazioni, la cura d’anime e lo studio. Il capitolo generale si riuniva una volta all’anno e aveva il massimo potere legislativo, eleggeva il maestro generale e lo poteva anche deporre. Anche i superiori provinciali venivano eletti dai capitoli provinciali e nei loro confronti il maestro generale aveva solo il diritto di conferma.


La funzione centrale della predicazione nel programma dell’ordine indusse i legislatori ad esigere per ogni fondazione un maestro di teologia e un direttore di studi e a costruire in ogni provincia uno studium generale. L’austero tenore di vita (povertà, digiuno, astinenza, penitenze personali) guadagnò ai Predicatori l’attenzione del popolo cristiano e un crescente numero di vocazioni provenienti soprattutto dalle università e dai ceti più alti della borghesia.

Beneficiando del pieno appoggio del papato, i predicatori si videro affidare, tra il 1231 e il 1233, la direzione dell’Inquisizione: un fatto che doveva orientarli in maniera ancor più decisa verso la repressione, ora anche violenta, delle eresie.

Domenico aveva compreso l’importanza della parola nella trasmissione della fede. L’orientamento teso alla formazione dei frati secondo i canoni della cultura dotta era destinato a rivelarsi vincente: in un mondo il cui sapere teorico ritrovava prestigio e le università rappresentavano i luoghi della formazione delle élites dirigenti, non poteva non esserci spazio per un ordine la cui predicazione fosse fondata sullo studio della teologia e della filosofia.

Ma san Domenico conosceva a fondo i catari e sapeva che la scienza dei Predicatori non bastava ad attirare l’adesione dei fedeli. Così si avvicinava a San Francesco nel rifiutare il potere e la proprietà dei beni fondiari, anche se assegnava alla povertà un posto differente. Secondo Domenico la povertà era un’arma contro l’eresia, una condizione necessaria ma non sufficiente.

Più che nella mendicità gli ordini mendicanti si definirono per la loro attività apostolica, per il desiderio di dedicarsi alla salvezza del prossimo; a differenza degli ordini precedenti domenicani e francescani si mostrarono aperti al mondo che intendevano evangelizzare. Pur vivendo in comunità nei conventi non rimanevano chiusi nel chiostro ma vivevano in rapporto con i fedeli. La principale vocazione dei mendicanti consisteva nell’esortare i fedeli alla penitenza e gli eretici alla vera fede.

I mendicanti non erano tenuti alla stanzialità, ma si caratterizzavano al contrario per una grande mobilità. Gli studi li sollecitavano a mettersi in viaggio per recarsi presso lo Studium al quale i superiori li indirizzavano per studiare o insegnare. La riunione dei capitoli provinciali e generali, le missioni da compiere presso la curia o le ambascerie erano ugualmente occasione di contatti stimolanti. Le relazioni con i laici erano ancora più importanti: la mendicità, sotto forma di questua, era un’occasione di incontro. Tuttavia l’occasione principale per trasmettere la parola di Dio ai fedeli era la predicazione, che poteva svolgersi o in una chiesa parrocchiale, dove venivano invitati dai rettori, o all’esterno o nelle riunioni delle confraternite o in gruppi di devoti che li sceglievano come cappellani. I mendicanti cercavano di influenzare il mondo dei laici per assicurare una diffusione del messaggio penitenziale e della spiritualità di cui erano fautori. Così si comprende come il papato, che conosceva bene i limiti del clero secolare, abbia accolto come un avvenimento provvidenziale l’apparizione di san Domenico e san Francesco e dei loro figli spirituali e abbia tentato di servirsene per far fronte ai bisogni urgenti della Chiesa.

In pochi decenni i due principali ordini mendicanti – i Predicatori e i frati Minori – conobbero un’espansione estremamente rapida in tutta la cristianità e anche al di fuori, dato che ben presto nacquero fondazioni in oriente e nei paesi di missione.

Andrea

20 maggio 2010

XXXIV-XXXVI. Mandare a memoria

Paragrafo 35 della lettera di Umberto ai domenicani: mandare a memoria.


XXIV. Fratelli carissimi, abbracciamo di buon grado la madre di ogni virtù: l'umiltà che Cristo insegnò a parole e, nondimeno, mostrò con il suo esempio. Lui, che si disse anche mite ed umile di cuore e ci invitò ad imitarlo: Imparate da me, disse, che sono mite ed umile di cuore (Mt 11). Ricordatevi di quel tale che doveva venire accolto dagli antichi padri e fu spedito tra le ossa dei morti per fare loro insulti e riverenze e capisse che, come queste erano indifferenti verso entrambe le cose, così anche lui non si doveva curare delle lodi e degli insulti degli altri (Dalle vite dei Padri del deserto).

XXXV. Arriverete all'umiltà perfetta attravverso questi passaggi: se davvero ripenserete alle vostre mancanze con dolore e desiderio di correggervi; se scaccerete dal cuore ogni sentimento di superiorità; se, disprezzati, non disprezzerete; se vi riterrete veramente morti al mondo; se non desidererete di piacere a nessuno se non a Dio solo; se non temerete di dispiacere a nessuno se non al Signore Dio; se non migliorerete il vostro comportamento alla presenza di altre persone, nè lo peggiorerete nella loro assenza; se vi riterrete inutili veramente e non solo a parole; se desidererete essere considerati di poco valore; se rifiuterete tutto ciò che vi può dare prestigio ed è contro il progresso di tutto l'Ordine; se smetterete di pensare a voi stessi; se, nella vostra coscienza, accuserete voi stessi e scuserete gli altri.

XXXVI. I segni dell'umiltà sono: trascurare la graditudine degli uomini; fidarsi delle opinioni degli altri; ascoltare volentieri le correzioni; chinare il capo; non vestire vesti sgargianti; moderare le risa; non parlare difficile; evitare percorsi tortuosi; ubbidire ai superiori senza discutere; essere pronti a portare rispetto ai propri pari; non disprezzare i propri sottoposti; vivere con semplicità; non portare mai segni di duplicità o finzione; non volere vincere nelle liti.

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19 maggio 2010

San Domenico e l'ordine dei Frati Predicatori

Negli stessi anni in cui San Francesco iniziava la sua esperienza di fede, un chierico castigliano, Domenico di Guzman, avviò un’esperienza religiosa che somigliava per certi aspetti a quella francescana ma se ne discostava per altri.

Domenico, in qualità di vice priore del capitolo del duomo di Osma aveva accompagnato il proprio vescovo Diego in una missione diplomatica nella Germania del Nord, compiuta per conto del re di Castiglia (1203). Alla fine del viaggio essi constatarono la devastazione causata dai Cumani, popolazioni pagane dell’Europa centrale, e decisero allora di dedicarsi all’evangelizzazione di questi popoli. Per ottenere l’approvazione del loro progetto si recarono a Roma presso papa Innocenzo III, il quale però ricordò loro che c’erano impegni più urgenti in Francia meridionale. Al ritorno in Spagna attraversarono la contea di Tolosa e, dopo aver soggiornato in questa città, presero coscienza della diffusione dell’eresia catara.

Nell’agosto 1206 incontrarono a Montpellier i legati cistercensi inviati dal papa nella regione per predicare contro gli eretici e che, scoraggiati dalla negativa accoglienza delle popolazioni locali, stavano abbandonando la missione. Colpiti dal lusso dei loro vestiti che contrastava con la semplicità di vita dei perfetti, decisero di rimanere in Linguadoca e di tentare di riguadagnare gli abitanti della regione alla fede cattolica con una predicazione itinerante di tipo apostolico imperniata sui canoni dell’umiltà accompagnata da un concreto esempio di povertà. Essi accettarono di affrontare i catari in pubbliche controversie riuscendo anche a imporsi, come a Montréal nel 1207, grazie alla loro conoscenza delle Scritture e alla testimonianza evangelica. Nello stesso anno Domenico fondò a Prouille una comunità religiosa destinata ad accogliere le donne che abbandonavano l’eresia catara.



Dopo la morte di Diego, Domenico proseguì la sua azione con alcuni compagni che lo avevano seguito e Onorio III, alla fine del Concilio Lateranense IV, consacrò la fondazione dell’ordine domenicano con la bolla del 22 dicembre 1216, completata poi con un’altra del 21 gennaio dell’anno seguente. Il papa ratificò la fondazione a Saint-Romain di Tolosa di una fraternità di canonici regolari secondo la regola di Sant’Agostino ed ebbe cura di precisare che non si trattava di una casa isolata, ma di un ordine i cui frati dovevano essere “i campioni della fede e i veri luminari del mondo”.

Il papa prende questo ordine sotto il suo “governo” il che vuol dire che i frati predicatori avrebbero servito e aiutato la S. Sede nel ricondurre all’ortodossia le anime fuorviate o conquistare a Cristo quelle ancora immerse nelle tenebre del paganesimo. Predicazione in seno alla Cristianità e missione fuori di essa: è questo il duplice obiettivo assegnato da Onorio III ai discepoli di san Domenico.

Quando fu presa tale decisione pontificia san Domenico era a Roma, ma all’inizio della quaresima del 1217 tornò a Tolosa e il 15 agosto organizzò la prima spedizione dei suoi frati: quattro furono inviati in Spagna e altri otto a Parigi. Negli anni seguenti le fondazioni si moltiplicano e lo stesso san Domenico promuoverà nella sua terra di origine la fondazione di due conventi, a Segovia e a Madrid. In Francia la casa di Parigi prospera e in Italia viene fondato il convento di Bologna la cui università era celebre in tutta la cristianità. A Roma, una bolla del 3 dicembre 1218 affida ai frati predicatori la chiesa di S. Sisto.

16 maggio 2010

L'eresia catara

Con questo post incominciamo a raccontare la storia delle origini dell'Ordine dei Predicatori in Emilia-Romagna. Iniziamo delineando l'ambiente e il contesto storico, poi proseguiremo descrivendo la nascita dei conventi domenicani in tutte le città capoluogo emiliano-romagnole. Sperando che vi piaccia, buona lettura.

L’ERESIA CATARA
A cominciare dal 1140-1150, apparvero in occidente nuovi gruppi di eretici che, come segnala nel 1143 il premostratense Evervino di Steinfeld a san Bernardo, in seguito ad alcuni arresti avvenuti a Colonia, rifiutavano i sacramenti e pretendevano di richiamarsi ad una chiesa antica. Per alcuni aspetti questi gruppi erano vicini alle correnti evangeliche: rifiutavano ogni proprietà, si spostavano di città in città predicando e si distinguevano per il loro ascetismo rigoroso e per l’importanza che davano al battesimo dello Spirito trasmesso tramite l’imposizione delle mani.A partire dal 1157 (concilio di Reims) le fonti ecclesiastiche e le cronache attestano la presenza in Francia, nei Paesi Bassi e in Inghilterra di eretici designati con il nome di “Popelicans”, “Publiains” e “Piphles”. Questi “Popelicans” non avevano un’organizzazione gerarchica e inoltre non vi era distinzione tra perfetti e semplici credenti, elemento che invece caratterizza i catari propriamente detti; ma dal momento che non cercavano di nascondersi furono vittime designate della repressione e scomparvero probabilmente alla fine del XII secolo.


A partire dai primi anni del 1200 la terminologia si evolve e le fonti designano i nuovi eretici di stanza nel Mezzogiorno francese con il nome di Albigesi. Questi si dichiaravano cristiani e i loro gruppi si presentavano come comunità apostoliche, ma a differenza dei movimenti precedenti i catari non avevano alcun legame con la Chiesa cattolica che non intendevano affatto riformare o cambiare. La loro predicazione consentiva di integrare le pratiche religiose e ascetiche in un insieme di credenza e di miti capace di esercitare un vero e proprio fascino su chi li ascoltava e l’ardente zelo missionario degli adepti permise al catarismo di diffondersi rapidamente. A partire dalla Francia nord-orientale (Artois e Champagne) il catarismo si diffuse nelle zone meridionali della Linguadoca e nell’Italia settentrionale e nel 1163 l’arcivescovo di Narbona lanciò un appello al concilio di Tours perché condannasse la “nuova eresia” comparsa nella regione di Tolosa.

Intorno al 1174/76 si verificò un evento gravido di conseguenze per la storia del catarismo occidentale: il concilio cataro di Saint Félix de Caraman. In questa località si radunarono i rappresentanti delle diverse comunità catare, ma il personaggio centrale fu un alto dignitario della chiesa catara di Costantinopoli, il “papas” Niceta. Costui riuscì a convincere i presenti ad abbandonare il dualismo moderato, cioè la convinzione che il mondo fosse il teatro di un conflitto tra due principi – il Dio del bene e il Dio del male – che però non erano sullo stesso piano, fino ad allora professato da tutte le comunità occidentali e ad abbracciare un dualismo assoluto, che riconosceva invece i due principi come coeterni ed eguali. Inoltre, durante questa assemblea, la chiesa catara rafforzò le sue strutture diocesane e nuovi vescovi furono consacrati da Niceta.

Non si deve comunque presentare l’eresia catara come un coerente sistema dottrinale. Ogni chiesa locale aveva un’ampia autonomia e nessuna autorità centrale poteva imporre la sua ortodossia. Sorsero comunque dei conflitti fra le chiese catare dovuti proprio alla diversa visione del dualismo che esse avevano, ma questi non devono essere sopravvalutati. Ciò che le univa – un totale rifiuto della Chiesa cattolica e delle sue credenze – era più importante di ciò che le divideva.Le fonti contemporanee, per spiegare le ragioni del successo di questa eresia, hanno messo l’accento sul fascino esercitato dai perfetti catari, conseguito grazie all’austerità ascetica e al rigore morale che contrastavano con il livello spesso mediocre del clero cattolico. Ma è sul piano delle credenze religiose dei catari che vanno ricercate le ragione principali del successo del loro apostolato. Nella prospettiva del manicheismo, già a suo tempo rifiutato e combattuto da Sant’Agostino, il catarismo è stato a lungo definito come una religione dualista; in effetti, alcuni scritti catari italiani del XIII secolo, come il Libro dei Due Principi del 1230 circa, erroneamente attribuito a Giovanni di Lugio, vanno in questa direzione. Questo testo non è tuttavia rappresentativo di tutto il catarismo, nel quale l’affermazione centrale non era l’idea di un conflitto fondamentale tra il Bene e il Male, ma piuttosto la certezza che esiste una via attraverso la quale l’uomo può sottrarsi al potere del Male che domina il mondo e la creazione intera. I catari annunciavano un messaggio di liberazione che permetteva all’elemento di divinità presente in ogni essere umano di emanciparsi dalla prigione della materia. Per riuscire in questo sforzo era necessario seguire Cristo, messaggero angelico di Dio, che aveva lasciato nel Vangelo una rivelazione che permetteva all’uomo di ritrovare la purezza dell’anima attraverso la preghiera e l’ascesi rigorosa.

La Chiesa cattolica aveva tradito questo messaggio e si era disposta al servizio del Male ricercando il potere temporale e la ricchezza. Al contrario la vera chiesa di Dio era puramente spirituale e non avanzava alcuna rivendicazione di ordine economico e politico. Il catarismo si presentava come il cristianesimo autentico e coloro che vi aderivano non avevano affatto l’impressione di cambiare religione, ma di ritornare alla chiesa primitiva. I sacramenti erano ridotti a uno solo: la trasmissione dello Spirito Santo attraverso l’imposizione delle mani, o consolamentum. Di fronte a questa contestazione radicale, la Chiesa cattolica ebbe difficoltà ad elaborare una risposta adeguata. Le prime misure giuridiche di portata generale contro le eresie furono prese nel 1184, con il decretale Ad abolendam, che condannava in modo esplicito tutte le eresie che si erano sviluppate in occidente nel corso dei decenni precedenti e stabiliva sanzioni severe a riguardo dei colpevoli.Tuttavia, nell’immediato, la situazione degli eretici non cambiò molto, poiché la Chiesa poteva applicare concretamente le misure di repressione solo con l’appoggio del potere temporale, che nonostante l’emanazione dell’Ad Abolendam avvenuta congiuntamente tra il papa (Lucio III) e l’imperatore (Federico Barbarossa) non era dovunque garantito.Ad un progressivo appoggio da parte del potere temporale si affiancò tra gli anni Dieci e Venti del Duecento la nascita degli ordini mendicanti.

Andrea

14 maggio 2010

XXXII-XXXIII. La rimozione del vizio

Siamo giunti agli ultimi due paragrafi sulla castità della lettera di Umberto di Romans ai frati predicatori. Umberto conclude con qualche consiglio pratico che valgono un po' per tutti i vizi: spegnerli sul nascere. In ogni modo, riflettendo sul tema della castità e sull'approccio molto terra terra di Umberto, non posso che chiedermi se sarebbe servito a prevenire o limitare la diffusione della pedofilia tra sacerdoti e religiosi.

Non sono davvero in grado di rispondere. Penso, però, che se la pedofilia non è semplicemente un vizio orrendo, ma "una malattia della psiche", allora tutti i saggi e cautissimi consigli di Umberto non bastano assolutamente e, forse, non servono a nulla. Con questo non voglio dire che il pedofilo sia succube delle proprie pulsione e definitivamente privato del suo libero arbitrio. Anzi, egli porta sulle sue spalle tutto il peso morale delle sue azioni. Forse, però, la strategia umbertina di prevenzione e negazione non sarebbe quella giusta. Puoi andare in giro con una cintura di castità, fasciarti gli occhi, darti al bricolage per distrarti, sforzarti di non pensarci più, ma alla fine - io mi chiedo - quelle pulsioni se ne vanno o rimangono? E se rimangono, poi, non rischiano di fare "bum!"?

Io non ho la più pallida idea di come attualmente vengano gestite queste situazioni, a quali esperti ci si rivolga, quando, dove, come e perchè, però - magari - prima di tentare di scacciare le proprie tentazioni come fossero fastidiosi mosconi, bisognerebbe riconoscere che ci sono e metterle a tavola. Bisognerebbe accettare e dare voce al disagio che ne deriva. Oltre agli eventuali benefici psicologici, ne deriverebbe anche un grandissimo beneficio morale: il riconoscimento della propria limitatezza e della propria incapacità di salvarsi da soli; l'umiltà e la fede in Cristo.

Ultima nota: non è forse stato il medesimo atteggiamento di rimozione del problema pedofilia a fare male alla Chiesa? non lo ha, forse, addirittura aggravato? Le parole di Benedetto XVI sono, a questo proposito, aria fresca: "la più grande persecuzione alla Chiesa non viene dai nemici di fuori, ma nasce dal peccato nella Chiesa, e che la Chiesa quindi ha profondo bisogno di reimparare la penitenza, di accettare la purificazione, di imparare da una parte il perdono, ma anche la necessità della giustizia."

XXXII. I rimedi contro la lussuria sono di sicuro: schivare le familiarità sospette, non confidare troppo in se stessi, fuggire le occasioni di tentazione, turare i propri sensi, limitare i pensieri cattivi, domare la carne, resistere alle passioni nascenti, tenersi sempre occupati in attività virtuose. Infatti, l'antico nemico dà da fare con le sue male faccende a chi non ha nulla di meglio da fare.

Anche se dobbiamo combattere contro gli altri vizi, sappiate, però, che il vizio dell'incontinenza lo dobbiamo fuggire in modo speciale. Non per nulla, così come il malato non raffredda la febbre bevendo acqua gelida, ma la rinfocola, così ricercare i rimedi per la concupiscenza quando si è già in mezzo alla tentazione, non sazia nè estingue la passione.

XXXIII. Il cuore va custodito con ogni custodia (Prv 4), giacchè è chiaro che viene combattuto in molti modi. Nel resistere è anche necessario che siamo più guardinghi proprio lì dove sperimentiamo che gli attacchi del nemico sono più forti. Infatti il diavolo pone le trappole delle tentazioni più spesso lì dove ci percepisce più incauti; e si sforza maggiormente di vincerci lì dove sa che siamo più deboli.

La pace e la concordia sono sempre lodevoli tranne quando si combatte contro i vizi. A ciò si fa opportunamente cenno quando si ricorda che la torre di Davide fu munita di bastioni e che fu decorata con mille scudi e con tutte le armi dei forti (Ct 4). E ancora, i Gebusei vennero lasciati vivere tra gli Israeliti perchè questi si esercitassero nella guerra (Gdc 1) e i Maccabei ebbero il permesso ci combattere di sabato (1Mc 2), in modo che sia chiaro quanto Dio gradisca la lotta contro il vizio. Riflettete bene su quel frate che un vecchio vide attaccato attraverso immagini di varie forme che gli si formavano davanti agli occhi e che, poichè per negligenza non le respinse, macchiarono la bellezza del suo cuore di fronte al Dio che tutto scruta (Vite dei Padri). Al contrario ece bene quel frate che, tentato, per dimenticarsi meglio tali cose, si plasmò una donna di fango (ibidem).

In riferimento alla custodia del nostro cuore, un cherubino dalla spada fiammeggiante è posto davanti alla porta del paradiso (Gn 3). Sforziamoci quindi di calpestare la testa del serpente, cioè di resistere ai primi cenni di tentazione per sconfiggere il nemico quando è debole; per distruggere la depravazione quando è ancora in seme; e per sbattere contro quella pietra che è Cristo i nostri bambini (Sal 136): e se il nostro nemico ci visita spesso con le tentazioni, la sua frequenza non ci venga a noia, per non essere come pietre scavate dalle gocce non con la violenza, ma con la costanza, come nel detto: "la goccia scava la pietra non con la forza, ma cadendo spesso". Ciò traspare dalla storia di quel padre del deserto che, come un atleta di Cristo resistette alla tentazione per quarant'anni, ma che poi cadde vinto nel tempo di una notte (Vite dei padri).

Continua qui.

2 maggio 2010

XXX-XXXI. Nemmeno con un fiore(?)

Questi ultimi paragrafi della lettera di fra Umberto di Romans ai domenicani non mi hanno proprio convinto. Quel padre del deserto che toccava sua madre con la protezione di una coperta, più che un santo mi ricorda uno di quei matti che ad agosto si aggirano per i parchi con il cappotto. I veri pericoli per la castità - mi pare - vengono più che da abbracci con meno potenziale erogeno di un Topolino da quelle parole che rivelano la nostra intimità. E, secondo me, è proprio qui che molti sacerdoti rischiano di cascare: una direzione spirituale disattenta e la proverbiale scrivania in mezzo è come una diga bucata...

Comunque la si pensi, tutto si riduce alla vessata questione se sia possibile l'amicizia tra un uomo e una donna. Se si pensa che no, allora tutto - ogni sguardo, parola, contatto - diventa occasione di irresistibile tentazione. Chiamare una donna "carissima amica" o dirle "noli me tangere", dà la stura ad ogni tipo di malizia. E allora bisogna stare sempre in guardia, girare con la coperta in mano, i guanti di lattice e il burqa.

Se si pensa che sì, l'amicizia tra uomo e donna sia possibile, tutto diventa più sfumato, perchè il rapporto con ogni persona cambia a seconda del grado di confidenza, conoscenza e rispetto reciproco. Con alcune persone si può dormire nello stesso letto e ronfare serenamente, con altre si deve andare con cautela e piedi di piombo.

Il momento più delicato è quando ci si conosce. La scoperta dell'altro è una fase eccitante e dove davvero si rischia di trascendere, costruire castelli in aria, prendere fischi per fiaschi, camminare tre metri sopra il cielo salvo poi cadere nel primo tombino. Poi, però, i rapporti si chiariscono, si intuisce che manca la reciproca attrazione, ci si guarda con sguardo libero e puro. Alcuni penseranno che questo è impossibile: tra uomo e donna (ma soprattutto nell'uomo) si annida sempre e inestirpabilmente il tarlo del sesso. Suvvia, non siamo conigli, schiavi del gene della riproduzione! E poi la mia esperienza è differente: ho avuto la grazia di poter contare su alcune amiche care e preziose. E non sono certo baci e abbracci a mettere in pericolo il nostro rapporto e la nostra virtù.

XXX. Inoltre dobbiamo guardarci dal contatto non solo con donne lascive, ma anche con quelle virtuose: infatti, per quanto la terra sia buona, e lo sia anche la pioggia, mischiate l'una all'altra danno il fango. In questo modo, anche presupposto che la mano dell'uomo e quella della donna siano buone, tuttavia dal loro contatto talvolta nascono pensieri o sentimenti fangosi. Se uno tocca la pece, si sporcherà senz'altro la mano (Qo 13). E quale sciocco crede di poter mettere la mano nel fuoco e non bruciare (Pro 6)? Per questo un tal santo, trasportando per un fiume la propria madre, avvolgeva la mano in una coperta per non toccarla (Vite dei Padri del deserto).

XXXI. Se, quindi, secondo il detto dell'Apostolo (1Cor 7), è bene non toccare una donna, tanto più lo è non baciarla.

La concupiscenza, tuttavia, inganna ed acceca alcuni al punto che sostengono che baciare è cosa lecita, visto che, a quanto pare, quello stesso apostolo aveva permesso il bacio (1 Cor 16). Che brutta fine fa il giudizio della ragione, quando la smania di fare qualcosa lo incomincia a dominare! Una mente ossessionata, infatti, si plasma la coscienza a piacimento mentre realizza le proprie brame. Compiuto il fatto, questa stessa coscienza punge con amari rimorsi la mente, che, deviando verso il male, ha lasciato la strada della verità. Coloro che si preparano alle nozze eterne non desiderino abbracci mortali! Chi desidera l'abbraccio dello sposo del cielo è meglio che sia provvisto delle lampade della purezza e l'olio della gioia (Mt 25).