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30 giugno 2010

Parma

I Domenicani giunsero a Parma nel 1222, un anno dopo la morte del loro fondatore. All’inizio, dato che si trattava di pochi frati, la loro prima residenza a Parma fu la canonica della Trinità vecchia, fuori delle mura della città. Nel 1233 essi passarono in Capo di Ponte, nell’Oltretorrente e presero residenza nella chiesa di Santa Maria Nuova, in località detta Martorano, che si trovava nel territorio dell’attuale Giardino Ducale.

27 giugno 2010

Cesena

Sembra un dato costante per i tre maggiori Ordini mendicanti presenti a Cesena che il loro insediamento sia stato preceduto da un antefatto, dalla presenza di tre notissimi personaggi della fede: Antonio da Padova, minorita, Pietro da Verona, domenicano e Giovanni Bono, eremita, la cui famiglia religiosa confluirà poi nell’Ordine agostiniano.

Di Pietro Martire, il secondo santo dell’ordine dei Predicatori, grande predicatore, fondatore di confraternite laiche e infine inquisitore, vanno ricordati in questa area alcuni suoi efficaci interventi: tra gennaio e marzo dell’anno 1249 come paciere tra le città di Faenza, Cervia e Rimini e nello stesso anno l’imposizione ai comuni di Faenza e Rimini dell’obbligo di risarcire alla città di Cervia i danni della guerra. Nel periodo 1249-1251, nonostante fosse stato nominato priore prima del convento di Asti e poi in quello di Piacenza, fu presente a Cesena con una certa assiduità. Conoscendo la personalità del frate è possibile che l’iniziativa non fosse stata presa da lui, ma ne fosse stato investito o dal cardinal legato, Ottaviano Ubaldini o da Innocenzo IV stesso, che nell’ottobre 1251 ritornando dalla Francia sostò a Cesena forse per consolidare i progressi del guelfismo romagnolo e per realizzare un probabile progetto politico/religioso, che faceva seguito alla riconquista alla Chiesa della città di Cesena nella primavera 1248 ad opera del legato Ottaviano Ubaldini e dell’arcivescovo di Ravenna Tederico con milizie bolognesi. Non si era combattuto, né c’era stata resistenza alla distruzione della rocca imperiale edificata solo pochi anni prima, ma per il ritorno delle esuli famiglie guelfe dopo otto anni di governo ghibellino la convivenza fra le opposte fazioni andava guidata.

23 giugno 2010

Rimini

L’azione pacificatrice che fra Pietro da Verona, nel 1249, praticò tra i comuni della Romagna fece sorgere negli abitanti di Rimini il desiderio di avere quei religiosi in città.

Il 21 gennaio 1254 fra Giovanni da Vicenza domandò al Consiglio di Rimini un tratto di terreno ab Ecclesia et territorio Ecclesie S.Cathaldi inferius versus Apsam, sul quale erigere un convento e domandò anche che gli fosse concessa una casa nella contrada stessa perché i frati potessero abitarvi durante i lavori di costruzione; il comune acconsentì ad entrambe le richieste. Due anni più tardi lo stesso fra Giovanni ottenne dal vescovo Giacomo il possesso della chiesa parrocchiale di S. Cataldo. L’atto di cessione fu stipulato nella chiesa stessa da Ventura di Giovanni e Donato di Gualtieri Donati sindaci della contrada i quali, a nome dei suoi abitanti, acconsentirono alla cessione imponendo però condizioni e riserve che furono accettate.

In un altro consiglio municipale tenuto sotto la podesteria di Riccardo Villa il 14 novembre 1256 la Chiesa riminese concesse ai frati domenicani un altro terreno a lato del muro pubblico che passava presso la chiesa, ottenendo di poter aprire una porta per accedere a dei terreni che avevano al di la di quello. Nel 1265 i Domenicani ebbero una lite con il comune per quella porta della quale si temeva che essi abusassero ma una bolla di papa Clemente IV, che proprio in quell’anno impose alla città un vescovo domenicano, Ambrogio da Orvieto (1265-1277), esortava il Podestà, il Consiglio e la comunità di Rimini a permettere ai frati di S. Cataldo di mantenere il possesso delle porte ricavate nelle mura cittadine. È forse per questo motivo che Carlo Malatesta più tardi costruirà quell’appendice delle mura antiche che partendo da porta S. Cataldo seguendo il rigagnolo della fontana chiuse ed abbracciò tutto il convento.

20 giugno 2010

Ravenna

Ravenna nel medioevo ha ospitato sul suo territorio, oltre ai tanti ordini monastici, anche l’ordito quasi completo degli ordini mendicanti. Si tratta dei francescani, dei domenicani, degli agostiniani, dei serviti e dei carmelitani. Per quanto importanti siano stati i monasteri benedettini nella storia delle istituzioni religiose di Ravenna medievale è con l’azione dei mendicanti che la città esprime la sua religiosità nei secoli del tardo Medioevo.

Per meglio comprendere questa parte importante della storia della città è necessario approfondire il rapporto esistente nell’assetto urbano, tra la popolazione, le chiese cittadine e gli ordini mendicanti; inoltre la minore consistenza del patrimonio fondiario degli ordini mendicanti rispetto a quelli monastici non li pone in concorrenza con la proprietà arcivescovile nel territorio della Romagna, del Montefeltro e del Ferrarese. Un arcivescovo della statura di Bonifacio Fieschi (1275-1294) è anzitutto un frate domenicano e anche se in tutta la documentazione archivistica appare come dominus egli tuttavia rimane frater. La stessa ubicazione dei conventi, nel cuore della città, mette i mendicanti a diretto contatto con le case, le piazze, i mercati, le botteghe: in poche parole con il popolo.
Le basiliche e le chiese parrocchiali avevano già alla fine del primo millennio numerosi altari dedicati ai santi; ora i mendicanti, con i numerosi altari delle loro chiese, con il culto dei recenti santi medievali, con la venerazione delle loro reliquie arricchiscono in maniera straordinaria il patrimonio processionale e di calendario del culto e della liturgia.

17 giugno 2010

XLI-XLII. Il mio piede sinistro

Il riferimento di Umberto di Romans, nella sua lettera ai frati predicatori, a Eud, il giudice di Israele mancino, mi ha fatto venire in mente un vecchio stupendo film. Ci recitava Daniel Day-Lewis, interpretando un ragazzo paraplegico che impara a dipingere con il suo piede sinistro.

Non c'è rappresentazione migliore della pazienza.

Io ho avuto la fortuna di lavorare e vivere con persone affette da disabilità fisiche e mentali. Ognuna di loro è stata, a suo modo paradossalmente, un maestro di pazienza. Qualcuno era un po' stronzo. Altri erano lagnosi e pesanti. Spesso erano pigri. Tutti, però, avevano una tremenda voglia di camminare su delle gambe che non vanno, di giocare con delle mani che tremano, di parlare con una lingua ribelle. Con pazienza facevano tutto questo: vivere e a fanculo la malattia!





XLI. E poi, cari fratelli, impadronitevi della pazienza, lo scudo delle virtù, che nei santi di Dio compie miracoli. Infatti è proprio la pazienza a permettere ad una fragile ragazzina di vincere il mondo: persino senza combattere sconfigge l'avversario e si nutre delle amarezze del mondo e si diverte nelle avversità. Gli apostoli, certamente, ritennero di rallegrarsi di essere degni di sopportare gli insulti in nome di Cristo (At 5).

16 giugno 2010

Forlì

LA FONDAZIONE
La storia della presenza domenicana a Forlì è lunga e complessa. Sigismondo Marchesi, storico di Forlì della seconda metà del Seicento, ne fa risalire la presenza al 1218: "fu san Domenico stesso a far parte i Forliuesi del suo zelo Apostolico l’anno 1218, che però la Comunità, vedendo il frutto che si raccoglieva dalla predicatione del Santo, gli assegnò il luogo, dove dovesse ergere la Chiesa, e Monastero, come si raccoglie da i libri della sua Religione. Fu principiata dal medesimo Santo la fabbrica, consecrandola all’apostolo San Giacomo, secondo il costume, che s’osserua, che ebbe il Santo patriarca di dedicare le Chiese, e Conventi eretti al suo tempo al nome di qualche Apostolo."

13 giugno 2010

Faenza

I primi frati domenicani arrivano a Faenza nel 1223 provenienti dal convento di S. Niccolò delle Vigne di Bologna dove si erano formati direttamente alla scuola di san Domenico.

I DOMENICANI A S. VITALE
Dal convento di Bologna provengono fra Bene o Benedetto e i suoi compagni che fondono il convento di Faenza.
Faenza si trova sulla via Emilia, la principale via di comunicazione che congiunge nord e sud, ed è anche al centro della strada che congiunge Ravenna e il suo porto con la Toscana e il Mar Tirreno. Proprio questa sua felice posizione geografica favorisce il suo sviluppo e forse proprio per questi motivi viene scelta dai domenicani per fondare il loro primo convento in Romagna.
Il 5 luglio 1223 il vescovo di Faenza con il consenso del capitolo della cattedrale, dona a fra Bene la chiesa di S.Vitale, positam in suburbio portae Imolensis, situata nel sobborgo di Porta Imolese, con l’obbligo di non cederla a nessuno. Assieme alla chiesa il vescovo Alberto dona ai frati predicatori gli edifici annessi e il terreno circostante. Ai domenicani domanda solo che dimostrino a lui quella reverentia et oboedientia che fino ad allora avevano prestato al vescovo di Bologna. Quando arrivano a Faenza i domenicani trovano già presenti in città alcune comunità monastiche come i camaldolesi, i vallombrosani, i canonici regolari di S.Agostino. Gli ordini mendicanti non si sono ancora insediati e l’ordine dei Predicatori sarà il primo a giungere in città. I frati Minori arriveranno solo qualche anno dopo.

9 giugno 2010

Reggio Emilia

La chiesa dei Domenicani, in origine dedicata non al Santo fondatore dell’Ordine ma al SS. Nome di Gesù, viene eretta a partire dal 1233 e subito dopo, nella vasta area retrostante, viene edificato il convento. Intorno a questo fatto non resta alcun dubbio, in quanto esistono due autorevoli documenti che lo confermano, l’antico Memoriale dei Podestà di Reggio, documento di valore storico indiscutibile, e la Cronaca che il Salimbene stava allora scrivendo e che così narra l’avvenimento: Nell’anno 1233 ebbe principio in Reggio la costruzione della Chiesa del Gesù dei frati Predicatori; e se ne fondò la prima pietra, consacrata dal Vescovo Nicolò, il dì di S. Giacomo. E ad erigere quel Tempio accorrevano i reggiani, uomini, donne, militi di cavalleria, di fanteria, campagnoli, cittadini; e portavano pietre, sabbia, calce sulle spalle entro varie specie di pelli e tessuti. E beato chi più ne poteva portare; e fecero le fondamenta della Chiesa e del caseggiato annesso, e alzarono una parte delle muraglie; al terzo anno compirono tutto il lavoro. E allora frate Giacomino da Reggio ne dirigeva la buona esecuzione.

6 giugno 2010

Piacenza

La presenza domenicana a Piacenza risale all’anno 1219. In quell’anno, infatti, il Santo Fondatore era rientrato a Bologna dove aveva incontrato fra Bonviso e, conosciute le sue predisposizioni, lo aveva esortato a tornare nella sua città dove avrebbe sicuramente portato a buon fine la missio predicandi.

Di fronte alla nascita e allo sviluppo dell’eresia la Chiesa piacentina, come le altre Chiese occidentali, non è in grado di replicare. Presso i fedeli resta vivo il desiderio di un ritorno alla povertà evangelica, ma il clero secolare non è in grado di dare ai fedeli quell’immagine di virtù che si aspetta la nuova sensibilità religiosa. I benedettini si erano da sempre stabiliti nell’ambiente rurale e il monastero di San Sisto, collocato alle porte della città, non è in grado di fornire un bastione contro lo sviluppo dell’eresia. Anzi è proprio nei quartieri vicini che essa si diffonde tra gli artigiani che sono venuti a stabilirsi in città. I vescovi e i capitoli ormai partecipano al benessere economico che ha conquistato tutto l’Occidente dopo l’XI secolo e molti di essi sono diventati ormai dei ricchi proprietari fondiari e a Piacenza, come in molte altre città, non sono preparati a dare risposte alle inquiete domande di una religiosità che si fonda sulla povertà evangelica.



È tuttavia compito della Chiesa quello di assicurare la propria presenza all’interno dell’ambiente urbano e presentare ai nuovi cittadini un volto che vada incontro alle istanze di cui si fanno portatori gli eretici. In città il lavoro industriale e i suoi guadagni, la circolazione del denaro attraverso gli affari commerciali, il posto occupato dall’usura negli scambi commerciali e i guadagni bancari finiscono col preoccupare il clero e i laici più pii. Alcuni nuovi ordini venuti dalla Linguadoca e dall’Italia centrale o sorti pressoché spontaneamente negli ambienti urbani del nord Italia, tentano allora di portare a Piacenza risposte ai principali motivi di inquietudine religiosa.

Gli ordini dei frati predicatori e dei frati minori si stabiliscono rapidamente a Piacenza. Fin dal 1221 papa Onorio III scrive al capitolo della cattedrale per raccomandargli i frati predicatori che si sono stabiliti l’anno precedente presso il priorato di San Giovanni in Canale.

Tre piacentini avevano immediatamente risposto all’appello di San Domenico: i fratelli Bonifacio, Alberto e Giacomo da Castell’Arquato che seguivano l’esempio di frate Bonviso che si era unito a Domenico già nel 1217. Degli inizi del priorato di Piacenza sappiamo poco. I piacentini offrono generosamente denaro e mano d’opera per aiutare i frati predicatori a costruire i fabbricati del priorato e nel frattempo un canonico del monastero dei Dodici Apostoli di nome Ruffino, benevolmente disposto nei loro confronti, si fa promotore presso il curato e rettore di Sant’Andrea in Borgo dell’iniziativa di cessione ai frati predicatori della stessa chiesa di Sant’Andrea e delle case annesse con l’approvazione del vesc1ovo e di coloro che di quella parrocchia avevano il giuspatronato.

I Predicatori lasciano Sant’Andrea solo quando dei benefattori, riconosciuta l’angustia della loro situazione …"loro donarono un nuovo sito su la Parrocchia di S. Maria del Tempio presso il canale detto la Beverora, dove ben tanto diedero principio alla fabbrica di una Chiesa e di un Convento assai capace, sotto il titolo di S. Giovanni Battista".

La chiesa di S. Giovanni è denominata in canalibus perché si trova al centro di un reticolo di corsi d’acqua che si diramano dal canale della Beverora, chiamato così perché abbeveraggio per animali ed alimentazione delle molinerie, che entrava in città da porta San Raimondo e scorreva a cielo aperto. Il convento di S. Giovanni appartiene al primo gruppo di fondazioni volute dallo stesso Domenico in città che, come Piacenza, erano sedi vescovili situate lungo le più importanti vie di comunicazione.

La fama dei Predicatori si propaga nella città e nel contado promuovendo il concorso di generosi e devoti benefattori a favore della costruzione della chiesa e del convento. Proseguono negli anni gli acquisti di piccoli appezzamenti di terreno sempre ubicati tra il rivo dei Templari e la Beverora. Agli acquisti effettuati dai domenicani si aggiungono sempre più numerose le donazioni private e questo fa dedurre che all’incirca negli anni 1230-31 i frati potevano già disporre di un edificio chiesastico con annessi alloggi. Anche le autorità si interessano dei problemi dei domenicani e il 6 giugno 1237 con un atto rogato dal notaio Guido Musso il comune di Piacenza acquista da Opizzo e Rinaldo Aghinone una casa con cascina e terreno che nel mese di dicembre, in occasione di un consiglio della città, il Podestà Zeno dona ai Padri Predicatori di S. Giovanni nella persona del priore Giacomo da Castell’Arquato.

Chiesa e convento sorgono secondo i criteri dettati dalle Costituzioni. Infatti come i Cistercensi i Domenicani aspirano ad un architettura sobria e spoglia, che risponda a criteri di estrema semplicità e funzionalità con lo scopo di salvaguardare lo spirito di povertà espresso dal fondatore. La chiesa di S. Giovanni risponde a tutti questi requisiti: è semplice e funzionale, lo spazio è ampio ma al tempo stesso raccolto.

Nel frattempo piccoli appezzamenti di terreno, zone ortive e modeste case vanno componendo, ad un livello inferiore rispetto alla sede dove scorre il canale della Beverora, la vasta area quadrangolare nella quale si imposta l’impianto generale del complesso.

L’assetto primitivo prevede che la chiesa e l’edificio conventuale sorgano attorno ad uno spazio quadrato, il futuro chiostro, che è destinato alla meditazione ed alla ricreazione dei frati. Il chiostro, oltre ad assicurare silenzio e tranquillità che sono condizioni indispensabili ad una vita ascetica, assolve anche ad una funzione fondamentale nella vita di una comunità religiosa: quella cimiteriale. Nel primo chiostro di San Giovanni, detto appunto dei morti, venivano infatti sepolti oltre ai Padri anche i numerosi benefattori che per testamento vi eleggevano le loro sepolture.

Il convento doveva contenere le strutture indispensabili ad una comunità autonoma e queste si disponevano attorno ai chiostri all’interno di un’area recintata che garantiva la clausura. La comunicazione con l’esterno avveniva solo sul sagrato oppure attraverso la porta del convento o quella della chiesa. Uno dei primi edifici ad affiancarsi alla chiesa si ipotizza sia quello ad est che comprende la sacrestia, la sala capitolare e il dormitorio, seguito ad ovest da un fabbricato parallelo con il refettorio, la cucina, l’infermeria e gli ambienti di servizio. Per realizzare tutto ciò la prima generazione di frati, che viveva di offerte spontanee, si ritiene abbia adottato una formula costruttiva ispirata al principio di povertà, poco costosa e realizzabile in poco tempo.

Verso la fine del XIII secolo la disponibilità di apprezzabili rendite e di benefici immobiliari consente ai domenicani di migliorare la qualità degli ambienti e dotare il complesso di ulteriori strutture rispondenti alle accresciute necessità.

Fin dal loro arrivo, dunque, i Predicatori si inseriscono nel tessuto urbano a differenza degli ordini benedettini precedenti che si insediano prevalentemente nel contado. La popolazione li accoglie benevolmente e i testamenti possono essere presi come prove dell’influenza di questi frati sulla pietà cittadina. Ad esempio il 4 agosto 1231 Dolcea, sposa di Bernardo Monaco da Turro, madre del domenicano Bonviso, lascia in legato “pro anima”, per la costruzione della chiesa dei frati Predicatori, duemila tegole, senza contare la parte di eredità che deve andare a Bonviso e che egli non può alienare ai suoi fratelli. Un altro esempio è il testamento di Adelasia vedova di Pietro Diano: essa lega il 9 agosto 1235, trenta lire alle istituzioni caritative, ovverosia dieci agli infermi di San Lazzaro, cinque ai frati minori per atti di carità, cinque ai frati predicatori per dire messe per la salvezza della sua anima, il resto era ripartito tra diversi ospizi e fondazioni.

Gli ordini mendicanti trovano così un largo favore presso il pubblico piacentino e le donazioni affluiscono ai due ordini. Tuttavia la pratica testamentaria nel XIII secolo si addice soprattutto alla gente agiata ma anche una parte assai modesta di gente umile redige testamenti; nel loro caso le donazioni sono riservate soprattutto alle chiese parrocchiali e alle istituzioni caritative. Così si delinea una specie di linea di demarcazione tra i due gruppi sociali: gli ordini mendicanti ricevono un’accoglienza più favorevole da parte degli ambienti agiati, mentre gli Umiliati sono più vicini ai ceti umili.

Come spiegare il successo riportato dagli ordini mendicanti presso l’aristocrazia? In un’epoca in cui il problema della povertà evangelica è al centro delle preoccupazioni dei cristiani, i frati mendicanti portano all’aristocrazia fondiaria e ai mercanti una particolare sicurezza. Impegnati in operazioni in cui il profitto costituisce la molla propulsiva, gli aristocratici vedono nei frati mendicanti l’antidoto ai loro peccati; le donazioni a questi ordini paiono loro come il sistema per ottenere il perdono e la ricompensa della vita eterna, facendo dimenticare i peccati della loro vita terrena. Sia che si tratti di un sentimento profondo di carità o di un atteggiamento opportunistico alle soglie della morte, non resta meno vero che i frati domenicani e francescani sono stati largamente dotati e sostenuti dall’aristocrazia e dal ricco ceto mercantile.

[Andrea]


4 giugno 2010

XXXIX-XL. Il test di Umberto

L'umiltà di cui parla Umberto di Romans non è roba astratta, un vago sentimento di inadeguatezza e inferiorità. E' roba pratica: un comportamento. L'umiltà si rivela nelle nostre azioni e può essere "oggettivamente" rilevata dalla nostra coscienza, perfino misurata. Il vecchio maestro domenicano offre una sfilza di consigli concretissimi per imparare questa virtù e propone perfino un test con cui la possiamo valutare: quello che facciamo lo facciamo per la gloria di Dio o per la nostra?

Quando ero giovane, mi dicevano tutti che ero una gran superbo e io ho vissuto dei lustri con il complesso del superbo. Poi, un giorno, lessi un libro di Soren Kierkegaard dal titolo tetro de "Il concetto dell'angoscia", che mi fece capire una cosa importante. Superbo è chi si credo migliore degli altri. L'orgoglioso è chi ha paura di perdere, di perdere la faccia, di dimostrarsi inferiore. Ecco, io non sono mai stato superbo... sono, invece, un orgoglioso bello e buono. L'orgoglio è paura, mentre l'umiltà è coraggio. L'umile, infatti, non ha nulla da perdere, perchè non fa nulla per se stesso, ma tutto per Dio. E anche il perdere è tutto di guadagnato, perchè all'umiliazione seguono la gloria e l'onore... di Dio.
XXXIX. Quindi, il danno della superbia viene valutato attraverso due frutti delle opere virtuose: la gloria e l'utilità. Dio ha riservato per sè la prima e ha lasciato a noi la seconda. Se contendiamo a Dio la sua parte, senza dubbio perdiamo quella destinata a noi. Così come il vento sparge la polvere, la vanità dissipa e disperde le virtù. Sappiate infatti con certezza che non possederemo mai la virtù dell'obbedienza, nè quella della pazienza, nè la purezza della perfezione, se perdessimo la sincerità dell'umiltà.

XL. Se, dunque, amate l'umiltà, la conserverete grazie alle cose che vi abbiamo scritto: se davvero avrete ponderato quanto sia facile il cadere e difficile il rialzarsi e incerto il perseverare; se vi sarete sforzati di ottenere un'idea esatta della vostra fragilità e di considerare gli altri frati migliori di voi; se spesso avrete pensato all'imminenza della morte; se avrete prestato attenzione al fatto che il Signore scorge in profondità tutto ciò che fate; se, non di meno; avrete pensato che il Signore si è umiliato fino a morire di una morte infame; se rifletterete sulla gloria e l'onore che seguono ad un'umiliazione.

2 giugno 2010

Bologna

L’episodio “fondante” da cui bisogna partire per comprendere lo stanziamento dei domenicani a Bologna è la visita in città di Domenico nel gennaio 1218 durante uno dei suoi viaggi tra Tolosa e Roma. La comunità tolosana era stata sciolta, e i primi frati erano stati inviati nelle principali università d’Europa.

Bologna apparve a Domenico come una grande città, con una vita civile intensa anche grazie ai molti studenti che vi soggiornavano, ed è in questa città che egli invia i suoi primi seguaci perché si costruissero un bagaglio culturale di notevole spessore per poter meglio fronteggiare gli eretici. Rientrato nella sua sede romana del convento di San Sisto, egli inviò quasi subito e a più riprese a Bologna alcuni frati, tutti spagnoli, per preparare la fondazione di un convento.

La presenza dell’Università più antica del mondo rendeva necessario che la predicazione fosse rivolta anche verso il mondo dei maestri e degli studenti dell’Università.

In riferimento alle prime sedi bolognesi dei frati Domenicani occorre rilevare come la basilica in cui giacciono le spoglie del santo non fu la prima dimora dei domenicani. I primissimi tempi dei frati che da Roma furono mandati a Bologna dallo stesso Domenico furono duri e oscuri: dapprima ospitati dai monaci benedettini di San Procolo, si trasferirono poi quasi subito nella chiesetta di Santa Maria della Mascarella, che fu quindi la loro prima sede.

Nell’area su cui sarebbe sorto il grande convento domenicano si stanziarono solo nel 1219, a seguito della concessione del giuspatronato della chiesa di San Niccolò delle Vigne da parte di Pietro Lovello. Il patrimonio immobiliare dell’ordine fu frutto di donazioni dei fedeli e cominciò a farsi consistente solo dopo alcuni decenni dall’arrivo dei primi frati, per il loro originario rifiuto di possedere beni.


IL CONTESTO DELL’ ARRIVO DELL’ ORDINE
I fermenti, i conflitti religiosi, le contraddizioni e le discordie che caratterizzavano la vita delle città italiane tra XII e XIII secolo suscitarono inquietudini personali e collettive accrescendo il fervore religioso, che in quei decenni si espresse anche nella predicazione di figure mistiche e carismatiche come Domenico di Guzman, Francesco d’Assisi e Antonio da Padova.

La loro capacità di dialogare e di dare risposte al mondo cittadino ne moltiplicò i seguaci e si tradusse nella formazione, nell’approvazione e nella diffusione di nuovi Ordini religiosi, che pur adottando la vita in comune dei modelli claustrali, presentavano alcuni aspetti antitetici rispetto al monachesimo tradizionale. Questi ordini furono definiti mendicanti, dato che perseguivano una povertà volontaria confidando nel sostegno dei fedeli e che non cercavano la vita isolata, ma al contrario, lo stretto e diretto contatto con la società. La nuova spiritualità si riflette nella regola di sant’Agostino, che sembra più adatta ad esprimere l’atteggiamento di quelli che non si chiameranno più monaci ma frati, riuniti in un convento e non più in un monastero e che lascia più liberi di esprimere un maggior interesse per l’azione nel mondo che non per la contemplazione ascetica di Dio. In quegli anni di conflitti e lacerazioni essi costituirono un’efficace risposta suscitata all’interno della Chiesa alle rivendicazioni di coerenza che erano spesso sfociate in movimenti considerati eretici.

Anche a Bologna nei decenni iniziali del Duecento si registrò un cospicuo rinnovamento nella vita cittadina: le attività economiche erano in espansione, la comunità era attraversata da sommovimenti di carattere sociale e politico che stavano portando sulla scena nuovi protagonisti del mondo delle attività artigianali, commerciali e finanziarie. Una nuova recinzione appena tracciata allargava il perimetro cittadino e induceva un processo di urbanizzazione dello stesso anello di accrescimento.

Il prestigio e la fama dei maestri di diritto attraevano studenti da tutta Europa e questo metteva in luce la necessità di una normativa che tutelasse la qualità degli studi e conferisse credito ufficiale ai loro curricula. Inoltre, quale città universitaria, Bologna attirava l’attenzione dei nuovi Ordini religiosi di recente istituzione e la presenza di tanti giovani era un incentivo a svolgere la loro missione e a suscitare vocazioni. I Francescani, i Domenicani, gli Agostiniani e i Serviti stabilirono le loro sedi non lontano da quelle delle più antiche congregazioni monastiche, questo sia per motivi pratici, come ad esempio il minor costo dei terreni, ma anche per la protezione assicurata dal servizio di guardia cittadina.

I Domenicani, dopo la breve residenza a Santa Maria della Mascarella, si situarono in un’area posta nella parte meridionale della città, all’interno della vecchia cerchia dei “torresotti” in contrada San Nicolò delle Vigne, nel quartiere di San Procolo; lo spazio di insediamento era delimitato ad est dall’alveo del torrente Aposa, a sud dalle mura dell’XI secolo con fossato e strada, a ovest dalla via pubblica creata sopra un antico fossato romano riempito di terra, a nord da una serie di case ben allineate. Da qui i frati irradiarono quell’intensa attività che li avrebbe portati ad assumere un ruolo primario nel contesto cittadino, a moltiplicare le proprie sedi e a gestire un cospicuo patrimonio fondiario.

Presumibilmente il contatto decisivo da cui sarebbe sorto il suo vincolo con Bologna, Domenico l’ebbe nel gennaio del 1218 durante uno dei suoi viaggi da Tolosa a Roma. Da non molti mesi il suo Ordine aveva ottenuto l’approvazione da parte di due grandi pontefici: nel 1215 da Innocenzo III e nel 1216 da Onorio III. Rimane aperto l’interrogativo se la scelta di fare di Bologna una delle sedi in cui fondare una comunità scaturisse da quel contatto e dalla presenza di giovani studenti provenienti da tutta Europa o come appare più probabile, se essa rientrasse in un progetto in parte già delineato.

Uno dei primi problemi che i frati mandati da Domenico dovettero affrontare a Bologna fu quello della dimora. Essi furono ospitati dai benedettini di San Procolo e, mentre prendevano contatto con la nuova realtà, riuscirono a ottenere dal vescovo Enrico della Fratta di potersi trasferire nella chiesetta di Santa Maria della Mascarella nel quartiere di Porta Piera.

Per alcuni mesi essi vissero nella generale indifferenza, senza riuscire ad attrarre l’attenzione né dei bolognesi, né degli studenti. L’esempio della vita povera ed umile era forse, in una città pervasa più che altrove da fermenti culturali e commerciali, tutto sommato poco appetibile.

Quando Domenico giunse qualche mese dopo, trovò la piccola comunità ancora afflitta da gravi problemi di sussistenza. Tuttavia la sua predicazione e quella di fra Reginaldo d’Orleans, che era docente di diritto canonico a Parigi e uomo energico, affascinante, ampiamente affermato nel mondo degli studi, riuscirono a far presa sulla comunità cittadina garantendo un sostentamento dignitoso e un seguito crescente che mise subito in evidenza l’insufficienza degli spazi offerti dalla chiesetta della Mascarella.

Abbandonata l’idea di ampliarla, non potendo disporre delle case contigue, fu contattato il cappellano della chiesa di San Niccolò delle Vigne situata dalla parte opposta della città nel quartiere di Porta Procola e se ne ottenne il consenso a trasferirvisi. Ma per farlo si doveva disporre dell’assenso di Pietro Lovello, il nobile detentore del giuspatronato di tale chiesa e proprietario delle vigne circostanti. Di fronte alle resistenze di quel potente personaggio intervenne sua nipote, Diana di Andalò, che ottenne il consenso al trasferimento e alla concessione del terreno necessario per edificare una casa. Nel contratto, stipulato il 14 marzo 1219 da Reginaldo d’Orleans e da Pietro Lovello, fu registrato l’acquisto di un terreno posto a sud della chiesa, esteso fino al fossato della città e si pervenne anche alla cessione dello jus patronatus sull’edificio sacro.

Nei due anni che intercorsero prima della morte di Domenico (6 agosto 1221) si conclusero altri contratti di acquisto di beni limitrofi. I nuovi edifici furono costruiti tanto rapidamente, che al ritorno di Domenico furono la sede del primo Capitolo Generale dell’Ordine, il 17 maggio 1220. Il primo nucleo del nuovo convento aggregato alla chiesa di San Niccolò fu man mano ampliato e contornato da terreni da destinarsi agli usi necessari per la crescente comunità dei frati e lo si fece attraverso successivi acquisti. Durante il secondo Capitolo Generale, tenutosi nella Pentecoste del 1221 (30 maggio), si era proceduto a suddividere le competenze territoriali dell’Ordine in otto province. Al centro di quella di Lombardia, affidata a Giordano di Sassonia, si era posto il convento bolognese con la sua chiesa di San Niccolò, retta da fra Ventura da Verona. Ma fu soprattutto la morte in loco del grande fondatore a rendere permanente la centralità della sede bolognese, nella quale si sarebbero venerate d’ora in poi le spoglie del santo.

La devozione popolare attorno al suo sepolcro e la fama dei miracoli che vi accadevano – cose in un primo momento sopportate non troppo di buon grado dai frati – furono causa del radicarsi di un culto che di lì a una dozzina di anni si sarebbe espanso in modo travolgente e avrebbe condotto alla spettacolare traslazione delle reliquie del 1233 e alla canonizzazione dell’anno successivo. Frattanto, l’esperienza domenicana bolognese era divenuta il centro di irradiazione delle comunità domenicane di tutta Europa. Da qui l’esigenza di ampliare il convento e la chiesa per dare ospitalità al numero crescente di fedeli e religiosi che vi affluivano. Il riconoscimento della sua santità con la bolla Fons Sapientiae emanata da Papa Gregorio IX il 3 luglio 1234 ne incrementò la fama e la capacità di richiamo di quella che era divenuta la sede per eccellenza dell’ordine dei Predicatori.

La consacrazione della chiesa fu effettuata nell’ottobre 1251 da Innocenzo IV. Aveva così nuovo impulso quella lunga opera di sistemazione e ornamento della basilica frutto di ripetuti interventi edilizi a cui parteciparono nei secoli tanti artefici illustri. Le risorse per tali interventi furono tratte soprattutto dalle donazioni dei fedeli. Le sistemazioni riguardarono anche i terreni circostanti, come nel 1288 quando si ottenne dal Comune il permesso di colmare il fosso delle vecchie mura che correva a meridione lungo tutto il complesso domenicano.

Nel 1246, e poi con approvazione del 1248, lo Studio Domenicano di Bologna divenne Studio generale come Montpellier, Oxford e Colonia; almeno dal 1286 fu sede dei legisti. In questo contesto la scuola domenicana si dotò di una biblioteca accresciuta sia dai religiosi e dai dottori sia dai vari studenti che facevano dono dei loro codici o al termine degli studi o nelle loro ultime volontà. Anche a San Domenico numerosi fedeli vollero essere sepolti presso la chiesa e le reliquie del santo e si sviluppò ben presto un vasto cimitero, che dal sagrato si espanse nei chiostri e vide, anche qua, preziose realizzazioni scultoree e architettoniche.

[Andrea]