Più del paesaggio fatto di monti rotondi e dolci, arsi dal sole, colorati del giallo dei girasoli e dal verde dei faggi, in giusto equilibrio rispetto all'opprimente verticalità delle Alpi e la noiosa vastità del mare, mi è rimasta dentro la bellezza delle persone che abitano questi colli, immersi nel silenzio delle foreste e della preghiera. Siamo saliti fino alla Verna, dove frate Francesco ricevette le stimmate; abbiamo guidato fino a Camaldoli a sbirciare gli eremiti oltre il muro. E poi Poppi, Arezzo, Pratovecchio e Romena. Vallombrosa per salutare. Una serra ed un rosario di esperienze e ricchezza spirituale, ma più delle vecchie pietre romaniche, è la forza e la gioia dei frati e delle suore con cui ci siamo fermati ad avermi commosso.
Alla Madonna del Sasso ci ha accolti fra Giovanni, che è nato lì e certo lì morirà. Modi spicci e ospitalità montanara, la sera ci apriva una bottiglia di vin santo e la mattina ci raccontava della Madonna che è apparsa su un sasso ad una bambina e che ha protetto Bibbiena dalla peste e che non voleva essere portata in città, ma che, con la sua statua lignea, sotto la neve al sasso ritornava, e che perfino gli angeli guidati da Michele scendevano a venerare ed incensare. Fra Giovanni racconta la storia della sua Madonna con amore e tutte le sue preoccupazioni le affida a Lei.

La Madonna della Neve è nascosta tra il monastero delle camaldolesi, i portici di Pratovecchio e le rive di un Arno ancora giovane. Lì stanno le monache domenicane, sono giovani e con il sorriso sulle labbra. Ci hanno fatto festa e si sono fermate con noi nel chiostro fino all'ora nona. Abbiamo parlato delle nostre vocazioni e delle nostre storie, delle prospettive e dei sogni di ciascuno di noi, come si conviene ad ogni riunione di famiglia. Ci siamo lasciati con un abbraccio, una foto e una promessa di rivederci.
Dalla parte di Castel San Nicolò vivono suor Rita e Vittoria, in una vecchia magione metà canonica metà fattoria che sa ancora di bestiame, trasformata in luogo di accoglienza per ricercatori di silenzio. Lì abbiamo celebrato insieme la Messa in una piccola cappella con i piccoli inginocchiatoi di Taizè, i tappeti, le candele e i cuscini per terra, il tabernacolo di legno e il profumo dei boschi. Una liturgia semplice, che non ha bisogno di latino e incensiere per parlare di Dio e con Dio. Poi Rita e Vittoria ci hanno tentato con il sugo di cinghiale, ma noi dovevamo scappare che si era invitati a cena da Aurelio, romano romanista dei Prati che transuma nella stagione calda sull'Appennino.
Abbiamo mangiato la pizza, il tiramisù, i cantucci nel vin santo e nel Glenn Grant, poi il limoncello fatto in casa e la grappa di erba ruta e per chiudere l'acqua dolce e fresca di fonte. Stanchi siamo ritornati al convento e lungo le mura del chiostro abbiamo acceso l'ultimo toscano.





E bravi. Ci si diverte anche da prenovi! Bene!
RispondiElimina....per la serie: come ritemprare davvero lo spirito attraverso la semplicità pienamente vissuta...
RispondiElimina^__^