10 luglio 2010

L'omelia di padre Max - XV domenica del tempo ordinario

“Padre misericordioso, che nel comandamento dell’amore hai posto il compendio e l’anima di tutta la Legge, donaci un cuore attento e generoso verso le sofferenze e le miserie dei fratelli, per essere simili a Cristo, buon samaritano del mondo.”

“Questa parola è molto vicina a te, è nella tua bocca e nel tuo cuore, perché la metta in pratica…”

“Cristo è il capo del corpo della Chiesa…”

“Chi è il mio prossimo?”

Dt 30,10-14; Sal 18/19; Col 1,15-20; Lc 10,25-37

La pagina di Luca che avete ascoltato è tra le più esigenti di tutto il Vangelo. Come dico sempre a commento di queste parole, Gesù coglie in contropiede quel dottore della legge, il quale credeva di potersi giustificare di fronte al Figlio di Dio, forte della sua competenza professionale... E sì, cari amici, noi preti, noi uomini di Chiesa corriamo ogni giorno un grave rischio: diventare sempre più professionisti della Parola …e sempre meno uomini di Dio. Potremmo anche conoscere tutto della Bibbia – ammesso che sia umanamente possibile – ma non saper quasi niente su Dio e sulla vita di fede. L’interlocutore di Gesù ne è il paradigma.

Poveretto, in verità era la stessa Legge di Mosè a porre dei limiti al primato della Carità: lo so che sembra una contraddizione; ma, vedete, le prescrizioni previste per la classe sacerdotale erano severissime, e soprattutto tassative: se un sacerdote si avvicinava anche solo ad un malato, ad un ferito, peggio ancora, ad un cadavere, restava contaminato e non poteva più offrire il sacrificio al Tempio. In sostanza le leggi di purità erano un vero e proprio assoluto. E come sempre capita quando un principio umano diventa assoluto, il valore iscritto nel principio diventa un cappio al collo di colui che lo deve realizzare: provate a pensare: stiamo parlando delle condizioni personali perché il ministro possa celebrare il rito a favore del popolo di Dio. La Chiesa insegna che il rito, la liturgia è l’espressione più alta dell’amore di Dio, al quale l’uomo risponde appunto rendendo grazie (eucaristia) e impegnandosi a vivere nella vita quotidiana, l’amore che ha ricevuto nella celebrazione. Se questo è vero – e lo è – i primi ad essere impegnati a realizzare la carità ricevuta nella Messa, in termini di amore per il prossimo, siamo noi, sacerdoti. Ma, c’è un ma: ecco che il ministro si troverebbe suo malgrado (?) nell’impossibilità di manifestare la carità verso i malati, gli stranieri, i moribondi… proprio per il fatto che il rito esige che (la persona del ministro) si astenga dal contatto con chi sta male. In definitiva, il modello perfetto della carità, cioè la liturgia, diventa impedimento per l’esercizio delle opere della carità – un vero e proprio cortocircuito! –.

E questo è ciò che, ripeto, avviene ogni volta che un principio diventa un assoluto. Per fortuna , le leggi della Chiesa che regolano il nostro servizio liturgico non sono così rigorose e ...antievangeliche. Ma questo rilancia, per così dire, la palla ad ogni singolo prete: nel senso che ciascuno di noi deve discernere nella sua coscienza quali sono le proprie possibilità, e soprattutto i propri doveri di ministro ordinato: voglio dire che, nonostante il perfetto equilibrio tra oneri liturgico/pastorali e primato della carità, è ahimé possibile addurre la scusa dei doveri di ministero per sottrarsi a quelli della carità… Risultato: si resta volentieri in sacrestia, in chiesa, soprattutto in presbiterio, e si esce molto meno volentieri a cercare e a servire le pecore del gregge, sopratutto quelle lontane. Di questa tendenza, che non esito a definire vergognosa, noi pastori dovremo rispondere al Buon Dio: lo scriveva già s.Agostino in un lunghissimo (e noiosissimo) “Discorso ai pastori”, scritto durante gli anni del suo episcopato cartaginese.
Mi rendo conto che il tempo sta passando velocissimo.

Ho cominciato dicendo che Gesù coglie in contropiede il dottore della legge: a colui che gli chiedeva quale fosse il prossimo a cui fare del bene, il Maestro di Nazareth indica invece il prossimo che poteva fare del bene a lui, al dottore della legge. Ecco un altro aspetto di deformazione professionale, questa volta di tutti i cristiani, non solo dei preti: la convinzione di potere, anzi di dovere fare qualcosa di bene agli altri, trascurando la possibilità, anzi il dovere di sentirsi bisognosi di riceve del bene dagli altri; quasi che operare la carità fosse sinonimo di fortezza, e ricevere un atto di carità indice di debolezza. Purtroppo, anche la fede può essere vissuta – e sottolineo “può” – come potere, come atto di forza; in ultima analisi, la carità può essere percepita ed esercitata come strumento per acquisire e consolidare posizioni di superiorità …a fin di bene, naturalmente. Soffriamo spesso di deliri di onnipotenza, in nome di Cristo; e dimentichiamo che l’unico Onnipotente è il Signore. Ma anche il Signore si lasciato servire, medicare, consolare… anche il Signore ha mendicato affetto e comprensione… e non ne trovò (cfr. Sal 69,21).

Qualcuno ha scritto che c’è più gioia nel ricevere che nel donare – o era il contrario? –.
Raccontano che san Domenico, fondatore del mio Ordine, chiedendo l’elemosina, ricevette un giorno un pane intero, bello grosso: ebbene, si mise in ginocchio in segno di ringraziamento, come se stesse ricevendo la Comunione…

Quando leggiamo e rileggiamo la parabola del buon Samaritano, proviamo a metterci nei panni di colui che era stato assalito dai briganti. Naturalmente questo non ci esonera dai doveri della carità fattiva: ricordiamo che saremo giudicati su questo; e dovremo rendere conto del nostro impegno in favore del prossimo.

Metterci nei panni del malcapitato significa anche riconoscere la ‘patente di benefattore‘ a persone da cui, istintivamente, non penseremmo mai di poter ricevere del bene, il nostro bene.
Suor Margaret Ormond, domenicana, coordinatrice internazionale delle Suore Domenicane, raccontò di una visita fatta ad una discarica di San Salvador: quella visita le fece scoprire di non essere più soltanto una cristiana d’America: “Quando vidi quella discarica e la gente che viveva là (e si nutriva di ciò che trovava tra i rifiuti), mi si riempirono gli occhi di lacrime. Cercai di nasconderle, di riprender fiato in modo da andare avanti senza farmi accorgere. Ma una bambina – avrà avuto sei anni – mi notò piangere. Si avvicinò e con una mano mi fece segno di abbassarmi, in modo che potesse toccarmi, e mi asciugò le lacrime. Mi mostrò una compassione a dir poco rivoluzionaria; dopo quel gesto ho capito che dovevo uscire dal mio comodo orticello. Fu lei, quella bambina, a farmi scoprire la mia vocazione internazionale.

Non vi viene in mente il Vangelo del buon Samaritano? A me sì!

Due strade divergevano nel mezzo della mia vita,
sentii dire a un uomo saggio.
Presi quella meno battuta,
e ciò ha fatto la differenza, ogni notte e ogni giorno.
Larry Norman

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