17 luglio 2010

L'omelia di padre Max - XVI domenica del tempo ordinario

“Padre sapiente e misericordioso, donaci un cuore umile e mite, per ascoltare la parola del tuo Figlio che risuona ancora nella Chiesa, radunata nel suo nome, e per accoglierlo e servirlo ospite nella persona dei nostri fratelli.”

“Sono lieto nelle sofferenze che sopporto per voi e do compimento a ciò che, dei patimenti di Cristo manca nella mia carne, a favore del Suo corpo che è la Chiesa.”

“Maria ha scelto la parte migliore, che non le sarà tolta.”

Dt 30,10-14; Sal 18/19; Col 1,15-20; Lc 10,25-37

L’episodio, tra i più famosi raccontati nel Vangelo, si svolge a Magdala, un villaggio ove Gesù era di casa, perché ivi abitavano tre amici suoi, tre fratelli, Marta, Maria e Lazzaro. Nel Vangelo di Giovanni si parla di loro in diverse occasioni. Maria di Magdala – da cui l’appellativo Maddalena – fu la prima testimone del Cristo risorto. Il suo rapporto con il Maestro era molto profondo, alimentato dall’ascolto, di più, dalla contemplazione divenuta proverbiale. Maria è infatti il paradigma della vocazione alla vita contemplativa; Marta, invece, incarna la scelta di vita attiva. La storia della spiritualità le ha spesso contrapposte; sebbene la lettera del Vangelo non alluda ad alcun conflitto sostanziale.

Lungi dall’essere dunque due stili di vita tra loro incompatibili, le posizioni delle due donne costituiscono i due volti della fede cristiana: l’ascolto della Parola e l’azione che scaturisce da quell’ascolto. È vero, Gesù loda la scelta di Maria e in un certo senso biasima il comportamento di Marta. Non tanto per esaltare a priori la contemplazione sull’azione; quanto perché in quel momento, nella casa c’era Lui; e quando c’è Lui, merita tutta l’attenzione! Raccontano che Caterina da Siena trovasse Dio anche tra le pentole della cucina, come a dire che la famosa laica domenicana aveva la capacità, rara, di rimanere in contatto con il Signore in qualunque situazione, e qualunque cosa facesse.

Ma noi siamo così bravi? siamo cioè in grado di rimanere realmente alla presenza (di Dio) mentre lavoriamo, mentre studiamo, o guidiamo, oppure sbrighiamo le faccende domestiche?... Un po’ di onestà, su! Ci accusiamo di non riuscire a mantenere la concentrazione quando preghiamo in casa, oppure durante la Messa; e pretendiamo di assolvere i doveri dell’amicizia con Dio dedicandogli un pensiero mentre facciamo altro? Ecco un buon argomento per l’esame di coscienza!

Le letture di oggi arricchiscono la riflessione di domenica scorsa: la questione, assai delicata, è se lavorare per Dio e per la chiesa, mettendosi al servizio del Vangelo, assicuri automaticamente l’unione con Dio. Vi confesso che non è il mio caso. Anche riservare del tempo alla riflessione sul mistero di Dio può rivelarsi illusorio… spesso, l’oggetto della riflessione non è Dio, ma sono io, siamo noi. Non intendo svalutare il lavoro (psicologico) di introspezione, niente affatto! Ma è necessario scoprire la verità sulla (nostra preghiera), a costo di smentire talune convinzioni, mai messe in discussione, e confessare che non sappiamo pregare come si conviene.

Tornando al rapporto tra contemplazione e azione, è importante ribadire la complementarità dei due atteggiamenti. La contemplazione pura non basta – sempre che siamo in grado di realizzarla, con buona pace della spiritualità orientale… che non ci si addice –. Anzi, la contemplazione diventa un esercizio sterile se non orienta all’azione, cioè al servizio della carità.
Anche in questo la Trinità è per noi un emblema. Potremmo immaginare l’eterno colloquio d’amore delle tre Persone come contemplazione vicendevole; l’Incarnazione rappresenta invece la decisione di manifestare questo amore eterno al mondo con un’azione efficace: l’annuncio del Vangelo, accompagnato dal sacrificio di sé è il paradigma che Cristo ci ha rivelato, chiedendo a noi di fare lo stesso.

È ciò che dichiara Paolo in quelle parole un po’ sibilline che abbiamo ascoltato: in verità la recente traduzione CEI ne ha chiarito il significato: “Sono lieto nelle sofferenze che sopporto per voi e do compimento a ciò che, dei patimenti di Cristo, manca nella mia carne.”. La versione precedente – “completo nella mia carne ciò che manca ai patimenti di Cristo” – insinuava il sospetto che mancasse qualcosa ai dolori di Cristo, si che l’apostolo, il martire potesse aggiungere la sua sofferenza (alla passione di Gesù), per compiere il della Salvezza…

Alla passione di Cristo non manca proprio niente!

È invece nella nostra vita che manca sempre qualcosa (della croce di Cristo)! nel senso che nessuna scelta cristiana, contemplativa, o attiva che sia, per quanto radicale e generosa, può imitare perfettamente l’esempio di Gesù. Tuttavia questo non ci deve scoraggiare! Al contrario, il margine che resta tra la nostra fedeltà alla volontà del Padre e quella di Cristo, rappresenta la potenzialità, la possibilità ulteriore di avvicinarci alla persona dell’Uomo di Nazareth, per imitarne l’esempio, come ci esorta san Pietro, nella sua prima Lettera (2,21).
In ultima analisi, possiamo stabilire la seguente proporzione:

contemplazione : fede = azione : carità

È sempre inadeguato e approssimativo trasformare le parole del Vangelo in formule aritmetiche. Tuttavia può giovare. Se la fede è la relazione tra l’uomo e Dio, la contemplazione altro non è che l’atteggiamento assunto dall’uomo nei confronti del suo Dio. Del resto, come potrebbe stare una creatura dinanzi al suo Creatore, se non in atteggiamento contemplativo. Ma anche Dio contempla appassionatamente la sua creatura più perfetta, nella Persona del Figlio crocifisso, ma anche nella persona di ogni uomo credente, o non credente.

Stabilita dunque la corrispondenza tra fede e contemplazione, la relazione tra azione e carità non ha bisogno di spiegazioni. “Caritas Christi urget nos”, l’amore di Cristo ci spinge, scrive san Paolo (2Cor 5,14); dove la specificazione “di Cristo” è da intendere sia in senso soggettivo – Cristo ci spinge con il suo amore –, che in senso oggettivo – l’amore per Cristo ci spinge –; (ci spinge) a donarci a Dio e al prossimo, fino alla totale consumazione della vita; in un sacrificio veramente eucaristico, in un grazie totale e dunque perfetto. Come è perfetto il tutto rispetto alla parte.

Non importa quali possono essere i poteri di Dio,
il primo aspetto di Dio non è mai quello del Signore assoluto,
dell’Onnipotente.
È invece quello del Dio che si mette a livello degli umani
e che si limita.
Jacques Ellul

1 commenti:

  1. “Non importa quali possono essere i poteri di Dio,
    il primo aspetto di Dio non è mai quello del Signore assoluto,
    dell’Onnipotente.
    È invece quello del Dio che si mette a livello degli umani
    e che si limita.”

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    Trovo ambigua questa frase.... ^__^
    perchè in quel mettersi "a livello dell'Uomo" subentra il mistero stesso dell'Incarnazione di Dio che si fa Uomo e vi è dunque insita tutta la vera Onnipotenza di Dio che non si arresta su un "trono" assiso in un regno invisibile, ad esercitare la sua divina autorità...

    Purtroppo, con la confusione di oggi in cui si afferma erroneamente che TUTTE le religioni sono uguali, una frase del genere (l'ho già sentita usare in modo strumentalizzata da non pochi catechisti), in quel "mettersi a livello dell'Uomo" si fa di Dio una sorta di supermen...la cui divinità viene messa al secondo posto con tutto ciò che questo comporta!

    Chiedo venia per questa mia pignoleria, purtroppo è stata già a suo tempo motivo di discussione in ambito parrocchiale le cui conseguenze sono spesso a discapito della sacralità del Santissimo Sacramento e della Presenza Divina di un Dio che per molti NON FAREBBE NULLA RINCHIUSO LI DENTRO....
    ^__^

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