07 agosto 2010

L'omelia di padre Max - 19 domenica del tempo ordinario

“Arda nei nostri cuori, o Padre, la stessa fede che spinse Abramo a vivere sulla terra come pellegrino, e non si spenga la nostra lampada, perché vigilanti nell’attesa della tua ora siamo introdotti da te nella patria eterna.”
“La fede è fondamento delle cose che si sperano e prova di quelle che non si vedono.”
“A chiunque fu dato molto, molto sarà chiesto; a chi fu affidato molto, sarà richiesto molto di più.”

Sap 18,6-9; Sal 32/33; Eb 11,1-2.8-19; Lc 12,35-40


“Nella fede morirono i vostri padri, senza aver ottenuto i beni promessi, ma li videro e li salutarono solo da lontano, dichiarando di essere stranieri e pellegrini sulla terra.”. Partiamo da qui, anzi, partiamo e basta! Le letture di quest’oggi invitano a lasciare le nostre sicurezze… o meglio, a non confidare in modo assoluto e definitivo sulle sicurezze umane. In altre parole, il Vangelo ci educa a mantenere uno sguardo critico sulla realtà.

Avrete certamente intuito che il discorso di queste domeniche si sviluppa intorno al tema della fede: la fede si pone come criterio discriminante per distinguere il bene dal male, l’autentica felicità da quella apparente, ciò che garantisce sicurezza da ciò che invece illude e tradisce… La fede è una ricchezza, anzi, è la ricchezza più grande che un uomo possa avere.

È importante ribadirlo, perché diversamente non potremmo capire la fede dei nostri Padri, i quali morirono appunto senza avere ottenuto i beni promessi… La fede correlata alla speranza, non è un imbroglio, non è l’oppio dei popoli, come la chiamava Karl Marx… Anche se le promesse di Dio non si dovessero realizzare nella vita presente, sarà valso la pena credere ugualmente; perché il bene che Dio ha promesso non riguarda solo la nostra esistenza, riguarda l’umanità intera… si tratta del Regno di Dio, e la prospettiva di Dio è sempre una prospettiva a lungo termine, una prospettiva finale. Conviene crederci, a prescindere da noi (qui e ora) e dal tempo che passa…

La nostra fede si trasmetterà a coloro che verranno dopo di noi: un lungo ininterrotto filo rosso congiunge la persona di Gesù all’ultimo uomo che calcherà il suolo della terra, passando necessariamente da noi. Alla fine le promesse si compiranno. Ma solo se avremo creduto noi.
Forti solo della fede. Ricchi solo della fede…

È la fede che ci fa attendere svegli il ritorno dello sposo, anche se tarda ad arrivare. La fede cristiana non è un fatto individuale, ma di popolo. Meglio, è un fatto di Chiesa, vista non solo nella sua attualità, ma piuttosto nella sua integrità e totalità. Soltanto sforzandoci di guardare la Chiesa così, sub specie æternitatis, come la guarda Dio, saremo in grado di reggere il testimone della fede ricevuto dai nostri predecessori, per passarlo a coloro che verranno. È necessario cambiare la prospettiva! Almeno proviamoci! Non è escluso che, così facendo, riusciamo anche a riabilitare l’immagine di questa nostra Chiesa, piena di contraddizioni al suo interno e attaccata da ogni parte all’esterno… È vero, noi viviamo oggi e la Chiesa che incontriamo, la Chiesa della quale siamo membra – possibilmente vive – è la Chiesa di oggi, la Chiesa del terzo millennio…

Ma è altrettanto vero che è più facile criticare i difetti che non esaltare le virtù. I difetti sollecitano morbosamente la fantasia, attraggono la curiosità dell’opinione pubblica, e noi ne siamo parte; le virtù non fanno rumore, non suscitano scalpore, non dividono… che noia!
Sono convinto che in questo preciso istante, in qualche parte del mondo, qualcuno sta donando la sua vita in nome di Cristo; qualcun altro ha vinto lo scetticismo di un giovane e lo ha portato alla fede; un uomo ha appena rinunciato a compiere un gesto insano a motivo del Vangelo; una ragazza ha accolto il frutto del suo grembo che fino ad un istante prima pensava di uccidere, riconoscendo che ogni nuova vita viene da Dio… Sono questi i fatti che rendono viva la Chiesa e la spingono avanti oltre gli errori e gli scandali, oltre i secoli, lungo un cammino che Cristo ha tracciato nel breve spazio di tre anni, insegnando, guarendo, pregando, soffrendo, morendo, perdonando, risuscitando.

Tre anni vissuti come uomo, ma anche come Dio. In quei tre anni tragici e gloriosi, il Signore ha detto e fatto tutto ciò che Dio poteva dire e fare in nostro favore. In quei tre anni il Figlio di Dio ha rivelato agli uomini il progetto del Padre. Non lo ha portato a termine, per il fatto che non era compito suo. La responsabilità di realizzare il progetto della Salvezza, gli onori e gli oneri di questo progetto sono tutti nostri.

Provate a pensare a quando eravate bambini, io ci penso spesso: che gusto c’era a guardare papà che costruiva un trenino, o una macchina, o una casa con il LEGO?... proprio nessuno! volevo farlo io, volevo fare da solo!... la mia fantasia ancora inesperta, ma piena di entusiasmo, di voglia di fare… non poteva stare a guardare, mi scoppiava dentro… Era così, è così per tutti! Ecco, il nostro Dio ha fatto lo stesso, e lo ha fatto due volte, anzi, tre: al momento della creazione – 6 giorni di fatica, raccontati minutamente dalla Genesi, per prepararci un luogo nel quale poter vivere in tutta libertà –; al momento della liberazione dalla schiavitù – una notte di veglia, quella di Dio, per preparare l’esodo del suo popolo dall’Egitto verso una terra dove scorre latte e miele (cfr. Es 3,8) –; infine, quando venne la pienezza dei tempi (cfr. Gal 4,4) – trent’anni di nascondimento, più 3 anni di vita pubblica del suo Cristo –. Ogni volta gli uomini si sono misurati con l’impegno di continuare l’opera iniziata dal Creatore; ma, invece di godere delle prospettive, delle opportunità di bene che si spalancavano davanti a loro, si sono lamentati della fatica, dei rischi; hanno litigato, hanno innalzato muri, costruito fortezze; si sono offesi a vicenda, si sono feriti e uccisi…

Oggi, come ieri, anche noi siamo tentati di dichiarare il nostro fallimento, invece di esaltare la magnanimità di Dio e ringraziarlo! Per la verità, non siamo ancora pronti a riconoscere il nostro fallimento; l’orgoglio ce lo ha sempre impedito… Ce la siamo presa, e ce la prendiamo con Dio, perché non interviene a fermare la mano dei prepotenti, perché non impedisce le guerre, perché non guarisce le malattie, non ci preserva dagli errori, dal dolore, dalla morte… E così, anche oggi il tempo è scaduto… Ma non posso chiudere così! Ci vuole un’idea.

L’idea che propongo a me stesso e a tutti voi è quella di dedicare la fatica di credere a una o più persone ai quali vogliamo bene: potrebbero essere parenti o amici, vivi o defunti, nei confronti dei quali sentiamo di avere come un debito di riconoscenza: qualcuno che ci ama o ci ha amato, accogliendoci così come siamo, in genuino spirito cristiano…
Esattamente come fa Dio con gli uomini.
Ci è stato dato tanto; ci hanno dato tanto.
Siamo almeno riconoscenti della misericordia ricevuta e anche noi facciamo lo stesso.


“Gesù mi sfiorò le spalle e disse: «Bob, perché mi rifiuti?».
Io dissi: «Non ti sto rifiutando.».
E lui: «Allora mi seguirai?».
Gli dissi: «Non ci ho mai pensato prima!».
E lui: «Se non mi stai seguendo, mi stai rifiutando.».”
Bob Dylan

0 commenti:

Posta un commento