21 agosto 2010

L'omelia di padre Max - 21 domenica del tempo ordinario

“O Padre, che chiami tutti gli uomini per la porta stretta della croce al banchetto pasquale della vita nuova, concedi a noi la forza del tuo Spirito, perché, unendoci al sacrificio del tuo Figlio, gustiamo il frutto della vera libertà e la gioia del tuo regno.”
“Rinfrancate le mani inerti e le ginocchia fiacche e camminate diritti con i vostri piedi, perché il piede che zoppica non abbia a storpiarsi, ma piuttosto a guarire.”
“Ecco, vi sono ultimi che saranno primi, e vi sono primi che saranno ultimi.”

Is 66,18b-21; Sal 116/117; Eb 12,5-7.11-13; Lc 13,22-30

Il Vangelo di questa XXI domenica ritorna a parlare della fatica di credere e di vivere in conformità alla fede: una fatica che è cifra del valore della fede e della vita cristiana.
Qualcuno potrebbe risentirsi, ma è necessario ribadire che la fede non è da tutti: per tutti, ma non da tutti. Anzi, la vera fede è di pochi! Quando la Chiesa ha toccato i minimi storici dei suoi testimoni – penso agli anni delle persecuzioni che infuriarono non solo nei primi secoli, ma anche nel medioevo, nel Cinquecento, a cavallo delle guerre mondiali – (la Chiesa) ha dato il meglio di sé, ed è risorta ogni volta più forte e motivata. Prova dell’esistenza di Dio!

Enzo Bianchi, fondatore della comunità di Bose, maestro spirituale tra i più profondi e originali di oggi, parla spesso della passione della Chiesa, passione intesa come sofferenza, crocifissione e morte. Quando una famiglia religiosa si estingue per mancanza di vocazioni, quando una missione si chiude, quando la Chiesa è costretta al silenzio, o addirittura deve ritirarsi… Enzo Bianchi dichiara che questi sono momenti di Passione, ai quali seguirà certamente una nuova primavera dello Spirito.

Venendo al Vangelo di oggi, mi lascia senza parole – si fa per dire – la dichiarazione di Gesù, secondo cui, averlo ascoltato da vicino, aver mangiato addirittura con Lui, non garantisce l’ingresso nel Regno dei Cieli. La questione è che cosa ne abbiamo fatto dei suoi insegnamenti, che cosa è rimasto delle cene (eucaristiche) consumate ogni domenica…

Ho riflettuto a lungo sul rapporto tra la seconda lettura, e il Vangelo: l’autore della lettera agli Ebrei dichiara che Dio rimprovera l’uomo, come un padre il figlio che ama; le sofferenze che dobbiamo sopportare sarebbero per la nostra correzione. È un vero e proprio addestramento, un tirocinio al quale non dobbiamo opporre resistenza, con umiltà e, aggiungo io, con gratitudine; il fine di tutto questo soffrire che viene da Dio sarebbe, è la nostra pace e la (nostra) giustizia. Dunque è necessario integrare nella vita le sofferenze: non sono disorganiche, ma organiche al sistema, cioè fanno parte della natura.

Senonché il presente insegnamento, correlato al Vangelo, autorizza a pensare che le croci vengano da Dio; non dico che la verità sia questa; ma l’abbinamento dei due testi insinua la tentazione di pensarlo. Della serie: “Non si muove foglia che Dio non voglia”, principio canonizzato dall’AT, e precisamente dal libro di Giobbe, cap.2, v.10: “Se da Dio accettiamo il bene, perché non dovremmo accettare anche il male?”. In fondo, afferma Giobbe, Dio è libero di dare, ma anche di togliere, senza guardare in faccia nessuno. E dal momento che la volontà di Dio non può essere erronea – Dio non sbaglia e non è nemmeno volubile –, al tempo stesso, bisogna pur trovare una logica nella presenza del male; il modo più razionale per salvare, da una parte, la sovrana libertà di Dio, e dall’altra, l’Amore infinito di Lui, è addossare la responsabilità del male alla cattiveria e al peccato degli uomini. È la famigerata legge della retribuzione: la bontà è premiata da Dio già in questa vita con la ricchezza e la benedizione, mentre il peccato è punito (da Dio già in questa vita) con sciagure e maledizioni.

Gesù smentisce radicalmente questo principio, rispondendo alla domanda dei discepoli: “Perché costui nascesse cieco, chi ha peccato, lui o i suoi genitori?” (cfr. Gv 9,2). Il concetto di retribuzione va definitivamente in crisi, e con esso la morale dei meriti, nel passaggio tra l’Antico e il Nuovo Testamento. Già duecento anni prima di Cristo alcuni Libri sapienziali sollevano più di un sospetto sulla ragionevolezza di tale principio, ma non sono in grado di spiegare perché non si possa più pensare i questi termini. È l’Incarnazione che fa luce sul mistero dell’origine del male. Una luce, quella del Verbo, sufficiente a chiarire che il male esistente in natura non viene da Dio; poi c’è il male degli uomini, e ancor meno questo viene da Dio.
Ma il mistero più grande è che il male seduce più del bene! Nessun dubbio che il male sia male; tuttavia si continua a commetterlo per ottenere un tornaconto, assecondando il principio del piacere.

Ogni piacere fine a se stesso è fondamentalmente egoista, e l’egoismo si manifesta nei modi più svariati; ne cito uno solo, banale, frequentissimo, che tutti, almeno una volta nella vita, abbiamo assecondato, oppure subito: passare davanti agli altri, per evitare di fare la fila, magari sfruttando la corsia di emergenza. Ciascuno di noi avrebbe almeno un motivo per evitare le interminabili attese agli sportelli, o in autostrada… Ma non ci vuole la fede per capire che la mia libertà finisce là dove comincia quella del prossimo. Se tutti si comportassero così…
Qual è la porta stretta del Vangelo? Già l’espressione ‘porta stretta’ che definisce la croce, impone un esame di coscienza onesto e severo sulla questione delle raccomandazioni: chi, potendo, non ne ha mai approfittato, getti la prima pietra! Non mi riferisco solo a situazioni di lavoro – concorsi, promozioni… –; penso alla possibilità di riceve un consulto medico evitando di fare anticamera per mesi… È la detestabile e tanto diffusa politica dei piccoli/grandi favori: “Tu mi fai sto favore, poi in qualche modo mi sdebiterò, ricambiandotelo, oppure facendoti un regalino”; questo accade a tutti i livelli della società e in tutti gli ambienti: dalla semplice famiglia fino alle supreme stanze del potere politico. So di rasentare la retorica e il moralismo… perciò mi fermo.

Sia chiaro però che il Vangelo di oggi ne parla in modo esplicito: per i contemporanei di Gesù, avere ascoltato la Sua voce, aver banchettato insieme con Lui costituiva indubbiamente un privilegio, che qualcuno non avrebbe esitato a far valere in caso di convenienza. Ebbene, Gesù mette in guardia dalla tentazione.

Neppure l’adesione ufficiale alla fede, la pratica della religione costituiscono un titolo di merito per entrare nella vita eterna. Pensate voi se fosse sufficiente la Messa domenicale per rivendicare il Paradiso! che cosa sono 45 minuti in confronto ad un’intera settimana? Avete mai contato quante ore ci sono in una settimana? se non sbaglio sono 168. E la quantità è ancora l’aspetto meno rilevante della questione; la fede non si misura orologio alla mano – sebbene il fattore-tempo non sia del tutto irrilevante, ne parleremo dal prossimo autunno presso il Centro Culturale –.

Il vero lasciapassare per la vita eterna è la giustizia! Interessante, la versione precedente traduceva ‘iniquità’, termine ancora troppo generico; ora parliamo più precisamente di GIUSTIZIA: beh, un altro progresso nella comprensione delle verità Bibliche. Esiste una giustizia umana, dall’indubbio valore. Ma per noi che crediamo, la giustizia assume i contorni della misericordia; e in nome della misericordia di Dio, la misura della giustizia di Cristo è la sua vita. Per Lui, salire in croce e morirci fu un passo giusto; e se giusto, era anche necessario. “Chi può capire capisca.” (Mt 19,12).

“La terra è piena di paradiso e ogni roveto arde di Dio,
ma solo colui che vede si toglie le scarpe; gli altri si siedono intorno
e colgono mirtilli…”
Elizabeth B.Browning

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