28 agosto 2010

L'omelia di padre Max - 22 domenica del tempo ordinario

“O Dio, che chiami i poveri e i peccatori alla festosa assemblea della nuova alleanza, fa’ che la tua Chiesa onori la presenza del Signore negli umili e nei sofferenti, e tutti ci riconosciamo fratelli intorno alla tua mensa.”
“Molti sono gli uomini orgogliosi e superbi, ma ai miti Dio rivela i suoi segreti. Per la misera condizione del superbo non c’è rimedio, perché in lui è radicata la pianta del male.”
“Chi si esalta sarà umiliato e chi si umilia sarà esaltato.”

Sir 3,17-20.28-29; Sal 67/68; Eb 12,18-19.22-24a; Lc 14,1.7-14

Se c’è un aspetto che il Vangelo sa mettere perfettamente in luce, è il significato delle parole. L’attenzione dello scrittore ispirato a non ingenerare equivoci è tale, che, fidatevi, a livello di precisione terminologica, la S.Scrittura è assolutamente imbattibile! Le letture di questa domenica ci aiutano a riflettere sull’umiltà come condizione ideale del cristiano. C’è molta confusione, su questa virtù, a cominciare dalla convinzione diffusa che l’umiltà non sarebbe neppure una virtù, ma piuttosto un modo (più o meno) elegante per definire la povertà: nascere da umili origini significa essere di famiglia povera. L’umiltà è generalmente percepita come difetto, più che come pregio. Ma l’umiltà non è sinonimo di povertà!

Si confonde abitualmente l’umiltà con l’umiliazione; un altro errore! L’umiltà – lo dico sempre – è la giusta consapevolezza di sé: conoscere parimenti le proprie capacità e i propri limiti. L’umiltà è necessaria, affinché la persona sia sempre capace di distinguere fino a dove si può spingere nel suo agire, per non restare al di sotto delle proprie potenzialità: ricordiamo il duro monito che il Signore dà quanto al dovere di mettere a frutto i talenti ricevuti da Dio, senza lesinare le forze (cfr. Mt 25,15ss.). Al tempo stesso è opportuno sapere quando è bene fermarsi; la breve parabola dell’uomo che costruisce una torre (cfr. Lc 14,28ss.) ricorda di fare prima il calcolo dei materiali, per verificare che ci siano mezzi sufficienti per portarla a termine... L’umiltà ha come riscontro l’autostima: l’uomo umile sa chi è ed è sostanzialmente soddisfatto di sé. Naturalmente l’umiltà non esonera dalla conversione, che, lo sappiamo, è il modo cristiano di stare al mondo. Senza cadere nel narcisismo, l’umile si vuole bene così com’è. E questo gli consente di amare anche il prossimo come se stesso.

Una caratteristica determinante della virtù dell’umiltà è la mitezza, lo abbiamo sentito nella prima lettura. La persona umile non è mai spavalda, né prepotente, non si dà arie, non assume atteggiamenti di superiorità nei confronti del prossimo, non guarda il mondo dall’alto in basso… per la semplice ragione che non ne ha bisogno! Quando uno sa cosa vuole, ha raggiunto un sufficiente grado di serenità interiore ed è onestamente impegnato in un cammino di perfezionamento secondo la fede, perché mai dovrebbe ostentarlo? Sarebbe orgoglio; e l’orgoglio, questo sì, è vero sintomo di debolezza, di inconsistenza, di paura…

Dal momento che l’umiltà è una virtù, e le virtù sono mezzi ordinati a raggiungere un fine, il fine dell’umiltà è fare verità su di sé.

L’esempio più perfetto di umiltà ce lo ha dato Gesù, vero uomo. Ma, prima che vero uomo, Gesù è vero Dio; dunque la sua non fu soltanto umiltà. Gesù fece molto di più che vivere umilmente la sua vita terrena: il Verbo di Dio si umiliò accettando di incarnarsi in un corpo mortale. E quello era soltanto l’inizio di un cammino di abbassamento progressivo che lo avrebbe condotto a morire sulla croce (cfr. Fil 2). Era necessario questo abbassamento? In un certo senso sì: dal momento che con l’incarnazione il Verbo esprimeva la sua obbedienza a Dio, la croce rappresentò per Cristo l’espressione estrema della sua fedeltà al Padre, una fedeltà promessa anche a costo di perdere la vita. Vita perduta/donata volontariamente, liberamente.

Sappiamo che, sulla croce, l’umiliazione di Gesù non si è compiuta… Il compimento ultimo e definitivo è avvenuto nel sacramento dell’Eucaristia, grazie al quale, riceviamo il frutto della Passione di Cristo, questo Suo corpo glorificato tra le nostre mani non certo sante. Ecco il sommo abbassamento del Figlio di Dio: ecco l’anello che congiunge la nostra esistenza alla Sua, e consente alla (Sua) Grazia di raggiungerci, conformandoci all’immagine di Lui.

Se l’umiltà è prima di tutto una situazione interiore del soggetto, l’umiliazione è atteggiamento esterno che può connotare il modo di relazionarci con il prossimo. Ed è l’atteggiamento consigliato appunto da Gesù in occasione del banchetto a cui siamo invitati. Una volta raggiunto un sufficiente grado di autostima, non abbiamo più bisogno di essere riconosciuti nel nostro valore. Tuttavia la nostra discrezione, che può giungere fino al rinnegamento di noi stessi, ci procurerà l’onore e la stima degli altri. Ripeto, non ne abbiamo bisogno, il nostro comportamento non ha secondi fini …anche se le solite malelingue riusciranno comunque ad insinuarlo. Non sarebbero malelingue, no?

Il Vangelo di questa XXII Domenica è un’occasione particolarmente favorevole per tornare sull’argomento della gratuità, a cominciare dal modello perfetto (della gratuità), l’Eucaristia.
Il Signore conclude l’insegnamento sull’umiltà esortando il suo ospite a manifestare la propria generosità senza attendere riscontri, o pretendere un contraccambio. La nostra ricompensa ci attende nel giorno della risurrezione dei giusti, tra i quali, speriamo di essere anche noi annoverati. La vera beatitudine non consiste nell’onore e nella stima degli uomini, ma nell’onore e nella stima che Dio ci può riconoscere. La conclusione del Vangelo richiama esplicitamente il cantico del Magnificat che abbiamo appena proclamato, la scorsa domenica, solennità dell’Assunzione di Maria Vergine.

Al termine di questa riflessione emerge una sostanziale convergenza tra il piano religioso e quello affettivo. Possono cambiare i termini – l’umiltà diventa autostima, l’orgoglio si chiama narcisismo, etc. etc. –, ma le dinamiche antropologiche e spirituali sono analoghe. Un segno che la fede non sconvolge la natura della persona, ma la conduce a diventare sempre di più e sempre meglio se stessa, ad immagine e somiglianza di Colui che l’ha chiamata dalle tenebre alla sua ammirabile luce (cfr. 1Pt 2,9). Del resto, come può il Creatore disprezzare la sua creatura preferita, al punto da pretendere che diventi altro da sé? Tuttavia, la fede ci fa scoprire, quale bellezza Dio è capace di imprimere nella nostra persona; da non riconoscerci più!
Soltanto a Dio, soltanto con Dio, questo prodigio - un autentico miracolo! - diventa possibile.
Perché a Lui tutto è possibile.

“Tutti noi che inciampiamo,
ma continuiamo a credere nell’Amore,
alziamoci e facciamolo splendere!”
Bruce Cockburn

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