05 agosto 2010

Settimana vocazionale. Diario


Esco di casa venerdì mattina attorno alle 5.20 e prendo l’autostrada per Bologna. Arrivo al convento di san Domenico un paio d’ore dopo, dove mi aspetta padre Roberto Viglino, il responsabile di quella che, con lessico tutto ecclesiastico, viene chiamata “pastorale vocazionale”: in altre parole padre Roberto segue ed accompagna i giovani che sono affascinati da san Domenico e attratti dal suo Ordine, nel quale aspirano ad entrare. È padre Roberto che ha organizzato la settimana vocazionale, che si svolgerà a Taggia, sulla riviera ligure di Ponente. Io parto con padre Roberto. Con un’altra auto partono padre Guido Bendinelli, Preside della facoltà teologica, e D., un giovane in ricerca vocazionale. Noi andiamo ad Alessandria, per prendere M., un altro giovane, ed arriviamo a Taggia per pranzo. Là sono intanto arrivati dalla Lombardia M.&M., gli altri due giovani che parteciperanno a questa settimana.

Ad attenderci nel convento di Taggia ci sono padre Riccardo Barile, Priore provinciale e padre Davide Traina, uno dei golden boys della provincia di san Domenico, che vive attualmente nel convento di Milano. Alla sera ci raggiugerà in treno padre Raffaele Quilotti, che è il Maestro dei prenovizi di Bergamo. Il “prenoviziato” è la prima tappa per l’ingresso nell’ordine e dura abitualmente un anno: si entra in un convento – abitualmente quello di Bergamo – e si sperimenta per la prima volta la vita comune domenicana. Si è introdotti alla essenza della vita religiosa, ma al tempo stesso è possibile anche continuare qualche attività “all’esterno”: c’è chi studia per esempio e chi continua a lavorare. Io sono stato in prenoviziato nell’anno appena trascorso e, se Dio vuole, entrerò in noviziato con quattro miei compagni il prossimo 18 settembre. Il noviziato – la seconda fase per l’ingresso nell’Ordine – comporta una vita più ritirata, nella quale si è istruiti sulle costituzioni e la storia dell’Ordine e si intensifica la vita di preghiera. Dura un anno esatto (365 giorni), a norma del Diritto Canonico e, per le tre province italiane, si svolge a Chieri, una città a 20 minuti d’auto da Torino.

Appena giunti a Taggia si è subito sperimentato un clima familiare e raccolto – il clima più propizio per la preghiera e la riflessione, essenziali per svolgere ciò che – sempre in gergo ecclesiastico – si chiama “discernimento”: la capacità di comprendere, cioè, a quale vita il buon Dio ci chiama. Certamente la vita religiosa è un’ottima cosa in sé e l’Ordine di san Domenico è veramente la “santa greggia/ u’ ben s’impingua se non si vaneggia”. Ma è anche il luogo nel quale Dio chiama me, per la mia santificazione?

Questa è la domanda a cui si cercava di trovare risposta. Evidentemente uno dei modi migliori per venire a capo di questa domanda è sperimentare questa stessa vita, religiosa e domenicana, per qualche tempo – questo era il consiglio che sant’Ignazio dava ai suoi figli, ci ha ricordato il Priore provinciale, e questa è anche l’idea che sta alla base dell’anno di noviziato (imposto a tutte le famiglie religiose dalla saggezza della Chiesa) e dell’anno di prenoviziato (introdotto dalla nostra Provincia di san Domenico in Italia).

Ecco, io credo che l’intenzione di padre Roberto e degli altri frati fosse consentirci di fare esperienza della vita religiosa domenicana. La giornata tipo era perciò articolata così:

7.30: Lodi e Ufficio delle letture

8.15: Colazione

9.30: I° incontro della giornata

12.00: Santo Rosario, S. Messa e Ora media

13.00: Pranzo

17.00: II° incontro della giornata

19.00: Vespri

19.30: Cena, seguita da chiacchiere fraterne nell’orto del convento di Taggia

21.30: momento di preghiera (lectio divina o adorazione)

21.50: compieta

Nel tempo che questo schema lasciava libero c’era la possibilità di avere colloqui personali con i frati presenti, che a vario titolo accompagnano i giovani in questa fase iniziale di contatto con l’Ordine.

Gli incontri erano finalizzati a illustrare la vita dell’Ordine e la sua missione. Ne presento un breve riassunto, per come me li ricordo.

a) Il Priore Provinciale, padre Riccardo, ha mostrato la vita di san Domenico in una particolare prospettiva. Il Santo Padre Domenico più che scegliere, è stato scelto da Dio, che si è espresso in modo inequivocabile attraverso le circostanze della sua vita. All’interno di queste scelte, in ultima istanza ordinate dalla Divina Provvidenza, Domenico si è inserito con il suo santo entusiasmo e la sua originale iniziativa. Gli esempi sono molteplici: nella sua infanzia e adolescenza il Santo Padre Domenico fu educato da uno zio arciprete, che lo introdusse agli studi ecclesiastici. All’interno di questa scelta, Domenico si impegnò per giungere prima possibile allo studio della sacra doctrina, la disciplina che più aveva a cuore. Giovane chierico, fu chiamato dal vescovo Diego per entrare a far parte del capitolo della cattedrale di Osma: un’altra circostanza – voluta dalla Provvidenza – alla quale Domenico rispose di sì. Giunto a Osma, Domenico si distinse per la sua intensissima vita di preghiera e di penitenza, che fu poi la cifra della sua intera esistenza, infiammato come era dall’amore per Cristo e per le anime. Infine la circostanza più celebre: il viaggio alla volta della Danimarca, assieme al suo vescovo, durante il quale i due uomini di Dio vennero a conoscenza della terribile realtà dell’eresia che infestava il Sud della Francia. Entrambi scelsero di rimanere per evangelizzare la regione, ma Diego dovette tornare dopo un certo tempo nella sua diocesi. Domenico, rimasto solo, continuò a propagandare il Vangelo di Cristo per dieci anni. Attorno a lui si riunirono dei compagni, quasi affascinati dall’amore a Cristo che doveva animare la vita del Santo Padre Domenico. Fu allora che il vescovo di Tolosa, Folco, e poi i papi, Innocenzo III e successivamente Onorio III, indussero Domenico a dare una forma istituzionale al grupo dei suoi primi compagni – e nacque l’Ordine dei Predicatori. L’Ordine è nato in altre parole per l’obbedienza di Domenico alle circostanze nelle quali si è trovato – circostanze nelle quali egli seppe leggere la volontà di Dio. Così è anche per le vocazioni: Dio ci chiama a vivere in povertà castità e obbedienza il più delle volte parlandoci attraverso amici che abbiamo incontrato, fatti che segnano la nostra vita, e in generale circostanze ordinarie, obbedendo alle quali obbediamo anche, indirettamente, al suo disegno di amore per noi.

b) Padre Raffaele Quilotti ci ha parlato dell’importanza della preghiera nella vita del domenicano. Le Costituzioni dell’Ordine parlano:

1) della preghiera liturgica (S. Messa e Liturgia delle Ore), che l’Ordine ha cura di celebrare con solennità e in comune, con melodie proprie: è un aspetto molto bello, che affascina oggi come ai tempi di san Domenico (il beato Giordano di Sassonia racconta di aver chiesto l’abito domenicano dopo aver ascoltato i frati cantare in Coro);

2) la orazione mentale, che le Costituzioni prescrivono per almeno mezz’ora ogni giorno;

3) il Santo Rosario, di cui le Costituzioni chiedono la recita per almeno una terza parte ogni giorno (ma noi s’è fatto anche di più in questa settimana);

4) la preghiera segreta e particolare, nella quale si coltiva anche una devozione filiale alla beata Vergine Maria, al Santo Padre Domenico e agli altri santi del nostro Ordine (che pare essere peraltro l’Ordine con il maggior numero di santi: anche la statistica pare attrarre all’Ordine!).

Padre Raffaele ha mostrato da un lato l’evoluzione storica delle forme di preghiera nell’Ordine e la presenza sempre costante di una intensissima devozione a Maria Santissima, anche prima dell’introduzione del Santo Rosario, che l’Ordine dei Predicatori ha diffuso in tutto il mondo. Inoltre padre Raffaele ha sottolineato l’importanza di ricordarci che quando si prega si è alla presenza di Dio e quindi anche i gesti del corpo ci aiutano a conservare l’attenzione e il rispetto che è dovuto al Dio Infinito: tanti particolari che la tradizione dell’Ordine conserva (inchini, genuflessioni, orientamento della persona etc.) devono essere letti in questa prospettiva.

c) Padre Davide ha parlato di un fatto decisivo: la missione dell’Ordine si realizza attraverso la vita comune. Il fine dell’Ordine, dicono le Costituzioni, è la salvezza delle anime, da ottenersi mediante la predicazione del Vangelo. È, in altre parole, una vita “apostolica”. Ma gli apostoli e i primi cristiani non vivevano forse in comune, assidui nella preghiera e nella frazione del Pane, mettendo in comune i loro stessi beni? Ecco allora che questo ideale apostolico può nuovamente realizzarsi oggi. Certamente non mancano le difficoltà, ha osservato il padre Davide. Credo che sia stato san Giovanni Berchmans a dire: mea maxima penitentia vita communis. Vivere con gli altri non è semplice: ma proprio perché chiamati a tale ideale apostolico, anche questa difficoltà deve essere affrontata con coraggio e concretezza, coltivando un sentimento di fraterna e virile amicizia con i confratelli con i quali si è chiamati a condividere un tratto di strada.

d) Padre Guido ha affrontato un altro dei mezzi con i quali l’Ordine cerca di realizzare il suo fine (che è, appunto, la predicazione per la salvezza delle anime): ha parlato infatti dello studio. Ora, il legame tra la vita di preghiera e la vita apostolica è evidente: santa Caterina infatti diceva che dobbiamo essere come orci che accolgono acqua fino a tracimare, in modo che l’acqua, esondando, si comunichi a chi ci è vicino. Nella metafora l’acqua indica l’amore di Dio e la carità: proprio per poter tracimare (vita apostolica), occorre essere per primi innamorati del buon Dio. E questo richiede preghiera e contemplazione. Ma lo studio che rapporto ha con tutto ciò?

A prima vista l’utilità dello studio sembra essere solo ascetica: lo studio costa fatica, infatti, ed è a suo modo una forma di penitenza (come altre pratiche dell’Ordine: il silenzio, l’abito, la clausura). Tuttavia lo studio ha anche altre funzioni.

Padre Guido ha diviso la sua relazione in tre parti: nella prima ha mostrato come la ricerca della sapienza divina è raccomandata anche dalla Scrittura; nella seconda ha mostrato come san Domenico stesso si prefisse che i suoi frati studiassero (e a questo fine li inviò a Bologna e a Parigi, che erano i centri universitari più importanti di allora); nella terza parte ha toccato le sfide più importanti che lo studioso domenicano si prefigge oggi e le ha individuate nel celebre discorso di Papa Benedetto XVI alla Curia romana, del Natale 2005. In quell’occasione il papa invitò a riscoprire il concilio Vaticano II, per instaurare un dialogo fecondo con la modernità; e, chiamando a tale riscoperta, sottolineò l’importanza della cosiddetta “ermeneutica della continuità”. Tutto ciò è molto importante anche per lo studioso domenicano di oggi, che è chiamato alla fedeltà innanzi tutto alla Chiesa e poi anche alla tradizione teologica dell’Ordine, che vanta tra i suoi figli più eminenti san Tommaso d’Aquino. Questo richiamo alla fedeltà al Vangelo e alla Chiesa è molto importante per combattere i pericoli che spesso lo studioso fronteggia (superbia, orgoglio, ribellione, etc.).

e) Infine più di una meditazione è stata tenuta dallo stesso padre Roberto, che ha illustrato alcuni aspetti delle Costituzioni dell’Ordine e l’importanza dei tre voti. I voti possono sembrare una rinuncia – e in un certo senso lo sono: con il voto di povertà si rinuncia a possedere beni, con la castità ad avere una moglie e dei figli, con l’obbedienza si rinuncia perfino ad agire di testa propria. Ma ancor più che una rinuncia sono un’occasione di libertà, per seguire Cristo povero obbediente e casto più da vicino. Seguire Cristo più da vicino: in fondo è questa l’essenza della vita religiosa. Si può – e si deve – vivere da santi in ogni stato di vita, perché Dio chiama tutti ad essere salvi e a giungere alla conoscenza della verità. In questo senso perciò non si può certo dire che chi non si fa frate o suora abbia qualche handicap, perché tutti possono diventare santi. Tuttavia l’osservanza dei consigli evangelici è un grande aiuto nella vita cristiana e rende in qualche modo più agevole il cammino. Questo è l’insegnamento dei santi domenicani Tommaso d’Aquino e Caterina da Siena, che è poi l’insegnamento anche della Chiesa riproposto da padre Roberto.

Il 3 agosto siamo partiti per Bologna, per pregare sulla tomba del Santo Padre Domenico e il 4 abbiamo avuto la possibilità di pregare con la comunità bolognese, in festa per il proprio Fondatore. Pregando sulla sua tomba, si era al tempo stesso colpiti dalla bellezza delle opere d’arte che nei secoli hanno arricchito la cappella dove il santo riposa.

L’arte degli scultori che si sono avvicendati attorno all’Arca di san Domenico (Nicola de Apulia, Nicola Pisano, Michelangelo) costituiva quasi una introduzione perfetta alla vita e all’ideale del santo.

In conclusione posso dire che è stata una settimana feconda e intensa, per la quale serberò a lungo un ricordo colmo di gratitudine. E sono certo che tutti hanno avuto la mia stessa impressione.

Luca G.

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