Pagine

23 maggio 2010

Il capitolo del 1220 e le costituzioni domenicane

Nell’anno 1221 l’ordine aveva già le sue costituzioni. San Domenico aveva predisposto un piano organizzativo ma non volle stabilire nulla senza il consenso dei suoi frati, che convocò per un’assemblea generale che si sarebbe svolta a Bologna nella Pentecoste del 1220. È in questo capitolo che furono emanate le prime e fondamentali costituzioni dei frati predicatori.

Le costituzioni ribadirono la povertà del singolo e della comunità, mutuando elementi tradizionali dalle congregazioni dei canonici regolari. Si ispirarono anche a forme di vita monastica, specialmente a quelle dei cistercensi. I possedimenti di terre e gli introiti fissi furono aboliti, mentre completamente nuovo era il precetto di vivere di elemosine. La struttura delle chiese doveva essere semplice come quelle dei primi cistercensi. Le case vennero fondate nei centri urbani o immediatamente a ridosso di questi, con una speciale attenzione verso le città sedi di università o in quelle commerciali; in esse i domenicani trovarono il terreno adatto per le vocazioni, la cura d’anime e lo studio. Il capitolo generale si riuniva una volta all’anno e aveva il massimo potere legislativo, eleggeva il maestro generale e lo poteva anche deporre. Anche i superiori provinciali venivano eletti dai capitoli provinciali e nei loro confronti il maestro generale aveva solo il diritto di conferma.


La funzione centrale della predicazione nel programma dell’ordine indusse i legislatori ad esigere per ogni fondazione un maestro di teologia e un direttore di studi e a costruire in ogni provincia uno studium generale. L’austero tenore di vita (povertà, digiuno, astinenza, penitenze personali) guadagnò ai Predicatori l’attenzione del popolo cristiano e un crescente numero di vocazioni provenienti soprattutto dalle università e dai ceti più alti della borghesia.

Beneficiando del pieno appoggio del papato, i predicatori si videro affidare, tra il 1231 e il 1233, la direzione dell’Inquisizione: un fatto che doveva orientarli in maniera ancor più decisa verso la repressione, ora anche violenta, delle eresie.

Domenico aveva compreso l’importanza della parola nella trasmissione della fede. L’orientamento teso alla formazione dei frati secondo i canoni della cultura dotta era destinato a rivelarsi vincente: in un mondo il cui sapere teorico ritrovava prestigio e le università rappresentavano i luoghi della formazione delle élites dirigenti, non poteva non esserci spazio per un ordine la cui predicazione fosse fondata sullo studio della teologia e della filosofia.

Ma san Domenico conosceva a fondo i catari e sapeva che la scienza dei Predicatori non bastava ad attirare l’adesione dei fedeli. Così si avvicinava a San Francesco nel rifiutare il potere e la proprietà dei beni fondiari, anche se assegnava alla povertà un posto differente. Secondo Domenico la povertà era un’arma contro l’eresia, una condizione necessaria ma non sufficiente.

Più che nella mendicità gli ordini mendicanti si definirono per la loro attività apostolica, per il desiderio di dedicarsi alla salvezza del prossimo; a differenza degli ordini precedenti domenicani e francescani si mostrarono aperti al mondo che intendevano evangelizzare. Pur vivendo in comunità nei conventi non rimanevano chiusi nel chiostro ma vivevano in rapporto con i fedeli. La principale vocazione dei mendicanti consisteva nell’esortare i fedeli alla penitenza e gli eretici alla vera fede.

I mendicanti non erano tenuti alla stanzialità, ma si caratterizzavano al contrario per una grande mobilità. Gli studi li sollecitavano a mettersi in viaggio per recarsi presso lo Studium al quale i superiori li indirizzavano per studiare o insegnare. La riunione dei capitoli provinciali e generali, le missioni da compiere presso la curia o le ambascerie erano ugualmente occasione di contatti stimolanti. Le relazioni con i laici erano ancora più importanti: la mendicità, sotto forma di questua, era un’occasione di incontro. Tuttavia l’occasione principale per trasmettere la parola di Dio ai fedeli era la predicazione, che poteva svolgersi o in una chiesa parrocchiale, dove venivano invitati dai rettori, o all’esterno o nelle riunioni delle confraternite o in gruppi di devoti che li sceglievano come cappellani. I mendicanti cercavano di influenzare il mondo dei laici per assicurare una diffusione del messaggio penitenziale e della spiritualità di cui erano fautori. Così si comprende come il papato, che conosceva bene i limiti del clero secolare, abbia accolto come un avvenimento provvidenziale l’apparizione di san Domenico e san Francesco e dei loro figli spirituali e abbia tentato di servirsene per far fronte ai bisogni urgenti della Chiesa.

In pochi decenni i due principali ordini mendicanti – i Predicatori e i frati Minori – conobbero un’espansione estremamente rapida in tutta la cristianità e anche al di fuori, dato che ben presto nacquero fondazioni in oriente e nei paesi di missione.

Andrea

Nessun commento:

Posta un commento