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14 maggio 2010

XXXII-XXXIII. La rimozione del vizio

Siamo giunti agli ultimi due paragrafi sulla castità della lettera di Umberto di Romans ai frati predicatori. Umberto conclude con qualche consiglio pratico che valgono un po' per tutti i vizi: spegnerli sul nascere. In ogni modo, riflettendo sul tema della castità e sull'approccio molto terra terra di Umberto, non posso che chiedermi se sarebbe servito a prevenire o limitare la diffusione della pedofilia tra sacerdoti e religiosi.

Non sono davvero in grado di rispondere. Penso, però, che se la pedofilia non è semplicemente un vizio orrendo, ma "una malattia della psiche", allora tutti i saggi e cautissimi consigli di Umberto non bastano assolutamente e, forse, non servono a nulla. Con questo non voglio dire che il pedofilo sia succube delle proprie pulsione e definitivamente privato del suo libero arbitrio. Anzi, egli porta sulle sue spalle tutto il peso morale delle sue azioni. Forse, però, la strategia umbertina di prevenzione e negazione non sarebbe quella giusta. Puoi andare in giro con una cintura di castità, fasciarti gli occhi, darti al bricolage per distrarti, sforzarti di non pensarci più, ma alla fine - io mi chiedo - quelle pulsioni se ne vanno o rimangono? E se rimangono, poi, non rischiano di fare "bum!"?

Io non ho la più pallida idea di come attualmente vengano gestite queste situazioni, a quali esperti ci si rivolga, quando, dove, come e perchè, però - magari - prima di tentare di scacciare le proprie tentazioni come fossero fastidiosi mosconi, bisognerebbe riconoscere che ci sono e metterle a tavola. Bisognerebbe accettare e dare voce al disagio che ne deriva. Oltre agli eventuali benefici psicologici, ne deriverebbe anche un grandissimo beneficio morale: il riconoscimento della propria limitatezza e della propria incapacità di salvarsi da soli; l'umiltà e la fede in Cristo.

Ultima nota: non è forse stato il medesimo atteggiamento di rimozione del problema pedofilia a fare male alla Chiesa? non lo ha, forse, addirittura aggravato? Le parole di Benedetto XVI sono, a questo proposito, aria fresca: "la più grande persecuzione alla Chiesa non viene dai nemici di fuori, ma nasce dal peccato nella Chiesa, e che la Chiesa quindi ha profondo bisogno di reimparare la penitenza, di accettare la purificazione, di imparare da una parte il perdono, ma anche la necessità della giustizia."

XXXII. I rimedi contro la lussuria sono di sicuro: schivare le familiarità sospette, non confidare troppo in se stessi, fuggire le occasioni di tentazione, turare i propri sensi, limitare i pensieri cattivi, domare la carne, resistere alle passioni nascenti, tenersi sempre occupati in attività virtuose. Infatti, l'antico nemico dà da fare con le sue male faccende a chi non ha nulla di meglio da fare.

Anche se dobbiamo combattere contro gli altri vizi, sappiate, però, che il vizio dell'incontinenza lo dobbiamo fuggire in modo speciale. Non per nulla, così come il malato non raffredda la febbre bevendo acqua gelida, ma la rinfocola, così ricercare i rimedi per la concupiscenza quando si è già in mezzo alla tentazione, non sazia nè estingue la passione.

XXXIII. Il cuore va custodito con ogni custodia (Prv 4), giacchè è chiaro che viene combattuto in molti modi. Nel resistere è anche necessario che siamo più guardinghi proprio lì dove sperimentiamo che gli attacchi del nemico sono più forti. Infatti il diavolo pone le trappole delle tentazioni più spesso lì dove ci percepisce più incauti; e si sforza maggiormente di vincerci lì dove sa che siamo più deboli.

La pace e la concordia sono sempre lodevoli tranne quando si combatte contro i vizi. A ciò si fa opportunamente cenno quando si ricorda che la torre di Davide fu munita di bastioni e che fu decorata con mille scudi e con tutte le armi dei forti (Ct 4). E ancora, i Gebusei vennero lasciati vivere tra gli Israeliti perchè questi si esercitassero nella guerra (Gdc 1) e i Maccabei ebbero il permesso ci combattere di sabato (1Mc 2), in modo che sia chiaro quanto Dio gradisca la lotta contro il vizio. Riflettete bene su quel frate che un vecchio vide attaccato attraverso immagini di varie forme che gli si formavano davanti agli occhi e che, poichè per negligenza non le respinse, macchiarono la bellezza del suo cuore di fronte al Dio che tutto scruta (Vite dei Padri). Al contrario ece bene quel frate che, tentato, per dimenticarsi meglio tali cose, si plasmò una donna di fango (ibidem).

In riferimento alla custodia del nostro cuore, un cherubino dalla spada fiammeggiante è posto davanti alla porta del paradiso (Gn 3). Sforziamoci quindi di calpestare la testa del serpente, cioè di resistere ai primi cenni di tentazione per sconfiggere il nemico quando è debole; per distruggere la depravazione quando è ancora in seme; e per sbattere contro quella pietra che è Cristo i nostri bambini (Sal 136): e se il nostro nemico ci visita spesso con le tentazioni, la sua frequenza non ci venga a noia, per non essere come pietre scavate dalle gocce non con la violenza, ma con la costanza, come nel detto: "la goccia scava la pietra non con la forza, ma cadendo spesso". Ciò traspare dalla storia di quel padre del deserto che, come un atleta di Cristo resistette alla tentazione per quarant'anni, ma che poi cadde vinto nel tempo di una notte (Vite dei padri).

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2 maggio 2010

XXX-XXXI. Nemmeno con un fiore(?)

Questi ultimi paragrafi della lettera di fra Umberto di Romans ai domenicani non mi hanno proprio convinto. Quel padre del deserto che toccava sua madre con la protezione di una coperta, più che un santo mi ricorda uno di quei matti che ad agosto si aggirano per i parchi con il cappotto. I veri pericoli per la castità - mi pare - vengono più che da abbracci con meno potenziale erogeno di un Topolino da quelle parole che rivelano la nostra intimità. E, secondo me, è proprio qui che molti sacerdoti rischiano di cascare: una direzione spirituale disattenta e la proverbiale scrivania in mezzo è come una diga bucata...

Comunque la si pensi, tutto si riduce alla vessata questione se sia possibile l'amicizia tra un uomo e una donna. Se si pensa che no, allora tutto - ogni sguardo, parola, contatto - diventa occasione di irresistibile tentazione. Chiamare una donna "carissima amica" o dirle "noli me tangere", dà la stura ad ogni tipo di malizia. E allora bisogna stare sempre in guardia, girare con la coperta in mano, i guanti di lattice e il burqa.

Se si pensa che sì, l'amicizia tra uomo e donna sia possibile, tutto diventa più sfumato, perchè il rapporto con ogni persona cambia a seconda del grado di confidenza, conoscenza e rispetto reciproco. Con alcune persone si può dormire nello stesso letto e ronfare serenamente, con altre si deve andare con cautela e piedi di piombo.

Il momento più delicato è quando ci si conosce. La scoperta dell'altro è una fase eccitante e dove davvero si rischia di trascendere, costruire castelli in aria, prendere fischi per fiaschi, camminare tre metri sopra il cielo salvo poi cadere nel primo tombino. Poi, però, i rapporti si chiariscono, si intuisce che manca la reciproca attrazione, ci si guarda con sguardo libero e puro. Alcuni penseranno che questo è impossibile: tra uomo e donna (ma soprattutto nell'uomo) si annida sempre e inestirpabilmente il tarlo del sesso. Suvvia, non siamo conigli, schiavi del gene della riproduzione! E poi la mia esperienza è differente: ho avuto la grazia di poter contare su alcune amiche care e preziose. E non sono certo baci e abbracci a mettere in pericolo il nostro rapporto e la nostra virtù.

XXX. Inoltre dobbiamo guardarci dal contatto non solo con donne lascive, ma anche con quelle virtuose: infatti, per quanto la terra sia buona, e lo sia anche la pioggia, mischiate l'una all'altra danno il fango. In questo modo, anche presupposto che la mano dell'uomo e quella della donna siano buone, tuttavia dal loro contatto talvolta nascono pensieri o sentimenti fangosi. Se uno tocca la pece, si sporcherà senz'altro la mano (Qo 13). E quale sciocco crede di poter mettere la mano nel fuoco e non bruciare (Pro 6)? Per questo un tal santo, trasportando per un fiume la propria madre, avvolgeva la mano in una coperta per non toccarla (Vite dei Padri del deserto).

XXXI. Se, quindi, secondo il detto dell'Apostolo (1Cor 7), è bene non toccare una donna, tanto più lo è non baciarla.

La concupiscenza, tuttavia, inganna ed acceca alcuni al punto che sostengono che baciare è cosa lecita, visto che, a quanto pare, quello stesso apostolo aveva permesso il bacio (1 Cor 16). Che brutta fine fa il giudizio della ragione, quando la smania di fare qualcosa lo incomincia a dominare! Una mente ossessionata, infatti, si plasma la coscienza a piacimento mentre realizza le proprie brame. Compiuto il fatto, questa stessa coscienza punge con amari rimorsi la mente, che, deviando verso il male, ha lasciato la strada della verità. Coloro che si preparano alle nozze eterne non desiderino abbracci mortali! Chi desidera l'abbraccio dello sposo del cielo è meglio che sia provvisto delle lampade della purezza e l'olio della gioia (Mt 25).

22 aprile 2010

XXV - XXVI. Schizofrenia?

Come Umberto di Romans ed io avevamo già accennato, la virtù si impara un poco alla volta, e come si impara a nuotare con un po' di pratica e di coraggio, casti si diventa con un po' di impegno e di grazia. Umberto spiega che per imparare la castità bisogna imparare a prima governare il pensiero. Però, continua il quinto maestro generale dell'Ordine dei Predicatori, se proprio vi capita di pensarci sopra, almeno cercate di volgere le vostre fantasie alla contrizione piuttosto che al piacere. E se proprio non riuscite a non godervele, almeno non cercate pezze giustificative per il vostro comportamento! E Umberto si limita qui a parlare di pensieri... figuriamoci quando si tratta di mettere in pratica questi pensieri!

Una cosa che mi sono sempre chiesto è come un sacerdote o un religioso possano vivere la propria fede avendo un'amante (sperando che sia comunque adulta e consenziente!). Da un lato hai fatto una promessa e credi in certi valori, su cui hai giocato tutta la tua vita, dall'altro vivi in maniera esattamente contraria. La tua ragione è completamente scissa dalla tua quotidianità. Insomma, bisogna essere schizofrenici per sopportare un simile stato di cose, o no? Si può capire che capiti di sbagliare una volta (magari perchè non hai letto e seguito i consigli di Umberto), però che questo sbaglio diventi uno stato permanente per me è
meno comprensibile.

Non sarebbe più facile, liberatorio, dare un taglio netto: lasciare la tonaca o l'amante? Certo che certe cose si possono giudicare solo
quando ci si è dentro, però...
XXV. Quasi come i bambini vanno dietro alla madre, così il piacere del male ne segue il pensiero. Chiunque vorrà evitare le conseguenze del male, stia bene attento a ciò che lo precede, sapendo che chi avrà volto la mente ai pensieri carnali, si allontanerà dalla grazia del cielo. Non sia mai che la consolazione divina debba essere infusa in un vaso inquinato! Un cuore immondo è la dimora di Satana. E Cristo non gli può sedere affianco. Che scambio sconveniente disprezzare il bene immutabile per aderire a cose volubili, abbandonare la fonte della dolcezza e dissetarsi ad un torrente limaccioso! Quindi, se vi capita di pensare a dei peccati, sia almeno non per piacere, ma per amaro pentimento, così come Abramo, padre di molti popoli, guardava da lontano le città distrutte (Gen 19), e Geremia si batteva il petto triste per lo sterminio della sua città (Lam 1).

XXVI. In secondo luogo, se vi capita di venire colti da pensieri illeciti, evitate bene che il piacere trascenda fino all'assenso. Quando, infatti, il diavolo si sforza di inclinarvi al peccato, vi esorta a piegarvi al suo passaggio. Ma è mendance e padre della menzogna. Infatti non può passare senza il minimo permesso (Gb 1), se, si avvicina con il vostro consenso, poi pianta bene il piede.

Tuttavia considerate che i modi per macchiarsi del peccato sono due: o quando acconsentiamo a fare il male o quando, consentiamo non nei fatti, ma nei pensieri. Quando infatti il piacere del pensiero ottiene la volontà di godere, allora questo piacere è peccaminoso indipendentemente dalla perpetrazione dell'atto. E se coloro che godono così sono colpevoli di fronte all'Onnipotente, riflettete bene a quale peccato si spingono coloro che passano dai pensieri ai fatti.

Continua qui.

18 aprile 2010

XXIII - XXIV. Quello che non ti passa per la testa

Quando, a Londra, ho incominciato la mia direzione spirituale, fra Denis ha messo subito in chiaro una cosa: vivere una vita virtuosa è come imparare a nuotare. Bisogna fare pratica, si migliora con l'esercizio e, una volta imparato, non ce lo si dimentica più. La castità non fa assolutamente eccezione.

Umberto di Romans, nella sua lettera ai domenicani, dà qualche consiglio pratico per imparare a vivere castamente. Il primo passo, dice, è non pensarci. Se si evita di ravanarci sopra con il pensiero, il più è fatto. Un consiglio saggio, senza dubbio. Però mi stupisce un poco che Umberto non abbia raccomandato, innanzi tutto, di controllare lo sguardo. Infatti, si ritiene comunemente che sia ciò che si osserva ad attivare la fantasia.


Forse che nel 1200 andavano tutti in giro completamente coperti, che il problema non si poneva nemmeno? Oppure erano smaliziati come noi oggi, al punto che - con l'inflazione di carne esposta al vento e sulle nostre strada - ormai anche un topless ci lascia indifferenti? O forse che Umberto avesse compreso che il succo della seduzione non è ciò che si vede, ma ciò che si intravede, al punto che perfino un malleolo può scatenare una tempesta erotica?
Oppure, come ogni domenicano, sa che bisogna partire dal cervello...

XXIII. Gli impudici peccano in tre modi quando indulgono in questo vizio: o pensandoci, o godendone pensandoci, o acconsentendo al piacere. La Sacra Scrittura fa un cenno evidente a questa situazione quando introduce -p arlando del peccato dei progenitori - il serpente, la donna e l'uomo (Gen 3). Quindi, in fatto di castità, il vostro cuore sia un trono d'avorio, un letto florido, una sorgente cristallina. Sia ovunque un cortile ben protetto, un ameno paradiso. Sia dentro e fuori un armadio dorato e un'amabile teca di virtù.

XXIV. Per prima cosa, fratelli miei carissimi, sforzatevi di marchiare il vostro cuore con Cristo (Ct 8) e impeditegli di vagheggiare dietro a vanità. Infatti, il cuore è simile a cera, a cui si imprime la forma di qualunque sigillo. Perciò imprimete le vostre menti di immagini belle e decoratele così di gloria interiore.

Impegnamoci anche a spargere i pigmenti dei pensieri buoni nel fuoco dei nostri desideri, con il quale possiamo innalzare il profumo d'incenso di santo amore al cospetto dell'Altissimo. Il nostro desiderio è, infatti, un fuoco e, a seconda dell'essenza con cui lo cospargiamo, emana o una dolce fraganza o un gran puzza.

Possiamo paragonare il nostro cuore anche alla mole di un mulino che macina loglio o frumento, a seconda del desiderio del mugnaio. Facciamo quindi come Salomone che pose sopra il tempio scudi d'oro (3Re 10), per mostrare che ognuno deve prepararsi a resistere ai pensieri volubili. Sappiate tutti che chi pensa cose perverse lascia entrare i ladri nel suo tesoro; che sparge ed innaffia il cattivo seme; che va incontro alle freccie del diavolo senza proteggersi con uno scudo; che scaccia Cristo dal trono inchinandosi a Satana; che lascia entrare nel suo orto porci devastani; che infanga la fonte della propria coscienza; che, abbandonando i fiori, si volge alla merda.

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5 aprile 2010

XXI-XXII. L'amplesso

Dopo aver affrontato ubbidienza e povertà, Umberto di Romans, nella sua lettera ai frati domenicani, incomincia a discutere il voto di castità. Lo fa parlando di nozze, letti, amplessi, abbracci... insomma con un vocabolario e un immaginario tutt'altro che pruriginoso, inusuale per un tema come questo.

La castità, dice Umberto, ci prepara all'incontro con Dio.
Confesso che ci ho pensato molto bene, alla castità, prima di entrare in convento. L'ubbidienza, in fin dei conti, è una grande incognita, ho sempre vissuto semplicemente e la povertà religiosa non mi preoccupa più di tanto, ma la castità... è roba seria. L'intimità fisica e spirituale con un'altra persona è troppo costitutiva della vita di un uomo, troppo importante, troppo bella per abbandonarla senza pensarci sopra settanta volte sette.

Io ho incominciato a farlo e penso che Umberto abbia ragione. Innanzitutto è un miracolo nascosto. Veramente, accostarsi ad una persona senza ambizioni di possesso è fare esperienza della grazia. Rimane un buco nel cuore - certo - che pretende di essere riempito. E' questo, e lo dice anche Umberto, l'alcova in cui viene a riposarsi Dio in persona. La castità è mettere Dio radicalmente al centro del proprio corpo. Sembra una scelta di automortificazione e invece no. In dote c'è addirittura la felicità...


XXI. Dobbiamo abbracciare, come una delle virtù religiose, anche la castità. Essa ci rende adatti alla visione di Dio che trascende la natura, e ci rende conformi agli angeli. E' lei che rende l'anima una sposa fedele di Cristo, che insegna un canto nuovo a chi segue l'Agnello (Ap 14), e ci avvicina a Dio. Uniti con tali nozze, di cui il letto nuziale è la purezza di cuore, le carezze sono la grazia, i figli le opere buone, la dote la felicità eterna. O quanto regali sono quelle nozze, dove l'anima si congiunge a Cristo per amore, dove la sua sinistra, viene messa, come ricompensa, sotto la nostra testa a sorreggere la nostra debolezza, e la sua desta, come premio, ci abbraccia!

XXII. La castità è l'abito nuziale, con il quale saremo vestiti quando ci siederemo al convivio del Sommo Re. Chi non avrà questo vestito di bisso, verrà buttato fuori dalle nozze eterna (Mt 22). Guardate come erano imbarazzati i servi di Davide, a cui i vestiti vennero strappati fino alle natiche (2 Re 10), poichè quelli che ora si spogliano del nobile rivestimento della continenza saranno troppo imbarazzati presso l'Altissimo. E' degno di ogni lode vivere nella carne oltre la carne, ed essere tra le spine e non sentirne gli aculei, come le salamandre, che non bruciano nel fuoco, e i pesci che immersi nell'acqua non affogano, o come il grano che non soffoca nella zizzania. Questo è un miracolo! infatti estirpare dalla propria carne il combustibile della passione è un miracolo maggiore, che scacciare demoni e febbri dai corpi.

23 febbraio 2010

Sessualità ed Eucarestia - IV

Tra le diverse cose che aiutano il nostro discernimento ci sono anche degli incontri a tu per tu con uno prete psicologo della diocesi di Bergamo. Questi incontri non hanno lo scopo di verificare la nostra vocazione (che è, per definizione, roba da pazzi), ma di aiutarci ad individuare quali sono gli aspetti della nostra personalità che più si adattano alla vita religiosa e quali meno. E' su questi ultimi, poi, che possiamo lavorare per migliorarci e per affrontare le difficoltà che verranno con consapevolezza.

Intanto, ecco l'ultima parte della lezione sulla sessualità di padre Timothy Radcliffe. La versione integrale sta qua. La prima, invece, è qui, la seconda qui e la terza qua.

La lussuria ha a che fare con il potere, più che col sesso

Si può avere l'impressione che la lussuria sia passione sessuale fuori controllo, desiderio sessuale selvaggio. Però Sant'Agostino, che comprese il sesso molto bene, credeva che la lussuria avesse a che vedere con il desiderio di dominare altre persone piuttosto che con il piacere sessuale. La lussuria è parte della libido dominandi, l'impulso di aumentare il nostro potere di controllo e convertirci in Dio. La lussuria ha più a che vedere con il potere che con il sesso. (...). Il primo passo per superare la lussuria non è sopprimere il desiderio, ma restaurarlo, liberarlo, scoprire che il desiderio è per una persona e non per un oggetto. Molti dei tristi scandali di abusi sessuali sui minori sono venuti da sacerdoti o religiosi che erano incapaci di confrontarsi in relazioni adulte con uguali. Potevano cercare solo relazioni in cui loro detenevano il potere e il controllo. Volevano rimanere invulnerabili. Nell'Ultima Cena Gesù prende il pane e lo dà ai discepoli dicendo: "questo è il mio corpo offerto per voi". Egli consegna se stesso. Invece di prendere il controllo su di loro, si consegna ai discepoli perché facciano di lui quello che vogliono. E noi sappiamo quello che ne faranno. È l'immensa vulnerabilità dell'amore vero.

La lussuria e il capriccio passeggero possono sembrare due cose molto differenti e tuttavia sono l'una il riflesso dell'altra. Nel capriccio uno converte l'altra persona in Dio, e nella lussuria uno in persona si fa Dio. (...).

Così la castità è vivere nel mondo reale, guardando all'altro come lui, o lei, e a me come io sono. Non siamo né esseri divini né semplici pezzi di carne. Entrambi siamo figli di Dio. Abbiamo la nostra storia. Abbiamo fatto voti e promesse. L'altro è impegnato in una coppia o con un coniuge. Noi come sacerdoti o religiosi siamo consegnati ai nostri ordini o diocesi. È così come ci troviamo, impegnati e legati ad altri impegni, che possiamo imparare ad amare con il cuore e gli occhi aperti.
Questo è duro perché viviamo nel mondo di internet della World Wide Web. È il mondo della realtà virtuale, dove possiamo vivere in mondi di fantasia come se fossero reali. Viviamo in una cultura in cui risulta difficile distinguere tra fantasia e realtà. Tutto è possibile nel mondo cibernetico. Per questo la castità è difficile. È il dolore di scoprire la realtà. Come possiamo rimettere i piedi per terra?

Tre passi per amare
Suggerirei tre passi. Dobbiamo imparare ad aprire gli occhi e a vedere i volti di quelli che ci stanno davanti. Con quale frequenza apriamo realmente gli occhi per guardare il volto delle persone e vederle per come sono? Brian Pierce, un domenicano degli Stati Uniti, sta per pubblicare un libro che paragona il pensiero di Meister Eckhart, il mistico domenicano del XIV secolo, con quello di Thich Nhat Hanh, un buddista del XX secolo. Per entrambi l'inizio della vita contemplativa è stare nel momento presente, quello che il buddista chiama "coscienza". È reale solo il momento presente. Sono vivo in questo momento, e pertanto è in questo momento che posso incontrarmi con Dio. Devo imparare la serenità di smetterla di essere inquieto per il passato e per il futuro. Ora, il momento presente, è quando comincia l'eternità. Eckhart chiede, "Cosa è oggi?". E lui risponde "eternità".

Nell'Ultima Cena Gesù afferrò il momento presente. Invece di inquietarsi per quello che aveva fatto Giuda, o perché i soldati si stavano avvicinando, egli visse il momento presente, prese il pane e lo spezzò e lo offrì ai discepoli dicendo, "questo è il mio corpo, offerto per voi". Ogni eucarestia ci immerge in questo presente eterno. È in questo momento che possiamo farci presenti all'altra persona, silenziosi e quieti in sua presenza. Ora è il momento in cui posso aprire gli occhi e guardarla. È perché sono tanto occupato correndo da tutte le parti, pensando a quello che succederà dopo, che può capitare che non veda il volto che ho di fronte, la sua bellezza e le sue ferite, le sue gioie e le sue pene. La castità, insomma, implica aprire gli occhi!

In secondo luogo, posso apprendere l'arte di star solo. Non posso star bene con la gente a meno che non sia capace di starci bene solo alcune volte. Se la solitudine mi fa paura, allora accoglierò altra gente non perché mi diletti in essa, ma come soluzione al mio problema. Vedrò la gente semplicemente come un modo per riempire il mio vuoto, la mia spaventosa solitudine. Pertanto non sarò capace di rallegrarmi con loro per il loro stesso bene. Perciò è quando uno sta con un'altra persona, che è veramente presente, e quando sta solo che s'impara ad amare la solitudine. Se non è così, quando uno sta con un'altra persona, si attaccherà a lei e la soffocherà!

Infine, ogni società vive delle sue storie. La nostra società ha le sue storie tipiche. Spesso sono storie romantiche. Il ragazzo conosce la ragazza (o a volte il ragazzo conosce il ragazzo), si innamorano e vivono felici per sempre. È una bella storia che capita di frequente. Però se pensiamo che è l'unica storia possibile vivremo con possibilità molto ridotte. La nostra immaginazione ha bisogno di essere alimentata con altre storie che ci parlino di modi di vivere e amare. Abbiamo bisogno di aprire ai giovani l'enorme diversità di forme nelle quali possiamo trovare significato e amore. Per questo erano tanto importanti le vite dei santi. Ci mostravano che c'erano diversi modi di amare eroicamente. Come persone sposate o singole, come religiosi o laici. Mi sono commosso molto per la biografia di Nelson Mandela, The long road to freedom. È un uomo che ha dato tutta la sua vita per la causa della giustizia e dell'abbattimento dell'apartheid, e questo ha significato che non ha avuto la parte di vita matrimoniale che anelava, visto che ha passato anni in carcere.
Così il primo passo della castità è scendere dalle nuvole.

Molto rapidamente menzionerò altri due passi. Il secondo passo, in breve, è aprirci all'amore, perché non restino piccoli mondi su cui ripiegarsi. L'amore di Gesù si mostra a noi quando prende il pane e lo spezza perché possa essere condiviso. Quando scopriamo l'amore non dobbiamo conservarlo in un piccolo armadio privato per il nostro diletto personale, come una segreta bottiglia di whisky, salvaguardata dagli sconosciuti per nostro uso esclusivo. Dobbiamo condividere i nostri amori con i nostri amici e con coloro che amiamo. In questo modo l'amore particolare si espande e va incontro all'universalità.

Soprattutto è possibile allargare lo spazio perché Dio abiti in ogni amore. In ogni storia d'amore concreta può vivere il mistero totale dell'amore, che è Dio. Quando amiamo profondamente qualcuno, Dio sta già lì. Più che vedere i nostri amori in competizione con Dio, questi ci offrono luoghi in cui possiamo montare la sua tenda. Come Bede Jarret diceva a Hubert van Séller, "Se ritieni che l'unica cosa che puoi fare è ritirarti nel tuo guscio, non vedrai mai quanto Dio sia amoroso…. Devi amare P. e cercare Dio in P. … Goditi la sua amicizia, paga il prezzo del dolore che porta con sé, ricordalo nella tua Messa e lascia che Egli sia la terza persona in questo amore". (...). Se separiamo il nostro amore verso Dio dal nostro amore per le persone concrete, entrambi diventeranno aspri e malaticci. Questo è quello che significa avere una doppia vita.

Il terzo passo, forse il più difficile, è che il nostro amore deve liberare le persone. Ogni amore, che sia tra persone sposate o singole, deve essere liberante. L'amore tra marito e moglie deve aprire grandi spazi di libertà. E questo è tanto più vero per noi che siamo sacerdoti o religiosi. Dobbiamo amare perché gli altri siano liberi di amare gli altri più di noi stessi. Sant'Agostino chiama il vescovo amico dello sposo, amicus sponsi. In inglese diciamo "the best man" nel matrimonio. Il "best man" non cerca di far innamorare di lui la sposa, e neppure le damigelle d'onore! Sta ad indicare altro.

(...). Dio è sempre quello che ama di più di quello che è amato. Può darsi che sia proprio questa la nostra vocazione. Auden ha detto: "Se l'amore non può essere paritario, che sia io quello che ama di più" (Collected Shorter Poems 1927-1957 London 1966 p. 282).

Questo implica rifiutarsi di lasciare che le persone diventino troppo dipendenti da qualcuno e non occupare il posto centrale delle loro vite. Uno deve sempre cercare altre forme di sostegno alla gente, altri pilastri, affinché noi possiamo smettere di essere tanto importanti. Così la domanda che uno deve sempre farsi è: il mio amore sta rendendo questa persona più forte, più indipendente, o la sta rendendo più debole e dipendente da me?

Bene, mi avvio alla conclusione dopo un'ultima riflessione. Imparare ad amare è un compito difficile. Non sappiamo dove ci porterà. La nostra vita ne sarà stravolta. Capiterà che ci faremo male. Sarebbe più facile avere cuori di pietra che cuori di carne, però allora saremmo morti! Se siamo morti non possiamo parlare del Dio della vita. Però come trovare il coraggio di vivere passando per questa morte e resurrezione?

In ogni eucarestia ricordiamo che Gesù ha sparso il suo sangue per il perdono dei peccati. Questo non significa che doveva placare un Dio furioso. Né significa solamente che se sbagliamo possiamo andare a confessare i nostri peccati ed essere perdonati. Significa molto di più. Significa che, in ogni nostra battaglia per essere persone che amano e sono vive, Dio è con noi. La grazia di Dio è con noi nei momenti di caduta e di confusione, per metterci di nuovo in piedi. Nello stesso modo in cui con la domenica di Pasqua Dio ha convertito il venerdì santo in un giorno di benedizione, possiamo stare sicuri che tutti i nostri tentativi di amare daranno frutto. E perciò non abbiamo nulla da temere! Possiamo addentrarci in questa avventura, con fiducia e coraggio

16 febbraio 2010

Sessualità ed Eucarestia - III

Nel percorso di discernimento che stiamo facendo come prenovizi entra, prepotentemente, anche il tema dell'affettività. Il nostro maestro, fra Raffaele, ha cominciato ad affrontarlo con molta delicatezza nelle lezioni che ci tiene una volta a settimana. Senza pretendere di fare della psicologia, fra Raffaele ha preso la questione dal punto di vista del frate domenicano. Innanzitutto ha cercato di introdurci al significato del voto di castità. Successivamente, alle indicazioni relative alla sessualità che l'ordine ha dato per aiutare i frati formatori e quelli in formazione.

Sul blog ci limitiamo a presentare la terza parte della lezione che l'ex maestro generale dei domenicani, Timothy Radcliffe, ha tenuto alla conferenza dei religiosi spagnoli nel 2004. Qui sta la seconda parte, e qui la prima. Chi volesse leggersi tutta la relazione di un fiato la può trovare qui.

Castità è accogliere il principio di realtà

La castità non è innanzitutto la soppressione del desiderio, almeno secondo la tradizione di san Tommaso d'Aquino. Il desiderio e le passioni contengono verità profonde su chi siamo e su cosa abbiamo bisogno. Il semplice sopprimerli farà di noi esseri morti spiritualmente o persone che un giorno si autodistruggeranno. Dobbiamo educare i nostri desideri, aprire gli occhi su quello che veramente chiedono, liberarli dai piccoli piaceri. Abbiamo bisogno di desiderare più profondamente e con maggiore chiarezza.

San Tommaso ha scritto qualcosa che viene facilmente fraintesa. Diceva che la castità è vivere secondo l'ordine della ragione (II,II,151.1). Suona molto freddo e cerebrale, come se essere casto fosse una questione di potere mentale. Ma per Tommaso ratio significa vivere nel mondo reale, "in conformità con la verità delle cose reali" (Josef Pieper, The Four Cardinal Virtues, Notre Dame, 1966, p. 156). Cioè vivere nella realtà di quello che sono io e di quello che sono le persone che amo realmente. La passione e il desiderio possono portarci a vivere nella fantasia. La castità ci fa scendere dalle nuvole, facendoci vedere le cose come sono. Per i religiosi, o a volte per gli scapoli, ci può essere la tentazione di rifugiarsi nella fantasia perniciosa che siamo eteree figure angeliche, che non hanno nulla a che vedere col sesso. Questo può sembrare castità, ma è una perversione della stessa. Ciò mi ricorda uno dei miei fratelli che andò a dire messa in un convento. La sorella che gli aprì la porta lo guardò e disse: "Ah, è lei padre, stavo aspettando un uomo".
È difficile immaginare una celebrazione dell'amore più realista dell'Ultima Cena. Non ha niente di romantico. Gesù dice ai suoi discepoli semplicemente e liberamente che è arrivata la fine, che uno di loro lo ha tradito, che Pietro lo rinnegherà, che gli altri fuggiranno. Non è una scena da lume di candela in un ristorante, questo è realismo portato all'estremo. Un amore eucaristico ci fa scontrare in pieno con la complessità dell'amore, con i suoi successi e la sua vittoria finale.

Quali sono le fantasie nelle quali può farci cadere il desiderio? Due, direi. Una è la tentazione di pensare che l'altra persona sia tutto, tutto quello che cerchiamo, la soluzione a tutti i nostri aneliti. Questo è un capriccio passeggero. L'altra è non vedere l'umanità dell'altra persona, per farne semplicemente carne da consumo. Questo è lussuria. Queste due illusioni non sono fra loro tanto diverse come può sembrare a prima vista. L'una è il riflesso esatto dell'altra.

Suppongo che tutti noi abbiamo conosciuto momenti di totale incapricciamento, quando qualcuno diventa l'oggetto di tutti i nostri desideri e il simbolo di tutto quello cui abbiamo anelato, la risposta a tutte le nostre necessità. Se non arriviamo ad essere uno con questa persona, allora la nostra vita non ha senso, è vuota. La persona amata giunge ad essere per noi la risposta a quel grande e profondo bisogno che scopriamo dentro di noi. Pensiamo a questa persona tutto il giorno.
Come diceva tanto bene Shakespeare: "Di giorno le mie membra e di notte la mia mente non trovano pace né per me né per te". O, per essere un poco più attuali, la faccia dell'amato è come lo screensaver del nostro computer. Nel momento in cui uno si prepara a pensare ad un'altra cosa, ce l'ha lì. È come una prigione, una schiavitù, ma una schiavitù che non vogliamo lasciare. Divinizziamo la persona amata e la mettiamo al posto di Dio. Certamente quello che stiamo adorando è una nostra proiezione. Forse ogni vero amore passa per questa fase ossessiva. L'unica cura per questo è vivere giorno per giorno con la persona amata e vedere che non è Dio, ma solamente suo figlio o sua figlia. L'amore comincia quando siamo guariti da questa illusione e ci troviamo faccia a faccia con la persona reale e non con la proiezione dei nostri desideri. (...).

Benedetta intimità!

Cosa cerchiamo in tutto questo? Cosa ci spinge ad incapricciarci? Posso parlare solo per me. Direi che quello che c'è sempre stato dietro le mie turbolenze emozionali è stato il desiderio di intimità. È l'anelito ad essere totalmente uno, di dissolvere i limiti fra se stessi e l'altra persona per perdersi nell'altro, per cercare la comunione pura e totale. Più che passione sessuale, credo che sia l'intimità che la maggioranza degli esseri umani cerca. Se viviamo attraversando crisi di affettività, credo che allora dobbiamo accettare il nostro bisogno di intimità.

La nostra società è costruita intorno al mito dell'unione sessuale come culmine dell'intimità. Questo momento di tenerezza e di unione fisica totale è quello che ci porta all'intimità totale e alla comunione assoluta. Molta gente non ha questa intimità perché non vive una situazione matrimoniale, o perché si tratta di coppie non felici, o perché sono religiosi o sacerdoti. E possiamo sentirci esclusi ingiustamente da quella che è la nostra necessità più profonda. Ci sembra ingiusto! Come può escluderci Dio da questo desiderio profondo?

Credo che ogni essere umano, sposato o single, religioso o laico, deve accettare le limitazioni all'intimità che può conoscere al momento. Il sogno di comunione piena è un mito che porta alcuni religiosi a desiderare di essere sposati e molti sposati a desiderare di stare con una persona diversa. L'intimità vera e felice è possibile solo se ne accettiamo i limiti. Possiamo proiettare nelle coppie di sposati un'intimità totale e meravigliosa, che è impossibile, ma che è la proiezione di nostri sogni. Il poeta Rilke capì che non si può avere vera intimità all'interno di una coppia fino a quando non ci si rende conto che in qualche modo si rimane soli. Ogni essere umano conserva solitudine, uno spazio intorno che non può essere eliminato: "Un buon matrimonio è quello in cui ognuno dei due nomina l'altro guardiano della propria solitudine, e gli mostra fiducia, la più grande possibile… Una volta che si accetta che anche fra gli esseri umani più vicini continua ad esistere una distanza infinita, può crescere una forma meravigliosa di vivere uno a fianco all'altro se si riesce ad amare quella distanza che permette ad ognuno di vedere nella totalità il profilo dell'altro stagliato contro un ampio cielo" (John Mood Rilke on Love Other Difficulties, translations and Considerations of Rainer Maria Rilke, New York 1933 27ff.. quoted by Hederman op. cit. p. 81). (...).

Per gli sposati è possibile una meravigliosa intimità se, come dice Rilke, si accetta che siamo guardiani della solitudine dell'altra persona. E quelli di noi che sono single o celibi, possono anche scoprire un'intimità con gli altri profondamente bella. Intimità viene dal latino intimare, che significa stare in contatto con la parte più interna di un'altra persona. In quanto religioso, il mio voto di castità mi rende possibile essere incredibilmente intimo con altre persone. Il fatto di non avere intenzioni recondite, e il mio amore non dovrebbe essere divoratore o possessivo, fa sì che io possa avvicinarmi moltissimo al fondo della vita della gente.
La trappola opposta all'incapricciamento non è fare dell'altra persona Dio, ma renderla un semplice oggetto, qualcosa con cui soddisfare le necessità sessuali. La lussuria ci chiude gli occhi alla persona dell'altro, alla sua fragilità e alla sua bontà. San Tommaso dice, scrivendo sulla castità, che il leone vede il cacciatore come cibo, e la lussuria ci rende cacciatori, predatori che vedono qualcosa da divorare. Vogliamo semplicemente un poco di carne, qualcosa da poter divorare. Una volta di più la castità è vivere nel mondo reale. La castità ci apre gli occhi per vedere che quello che abbiamo davanti è sì un bel corpo, ma quel corpo è qualcuno. (...). Quello che spesso sono state attentamente pianificate.

continua qui.

11 febbraio 2010

Sessualità ed Eucarestia - II

Abbiamo pubblicato qui la prima parte di un intervento di Timothy Radcliffe, ex maestro generale dell'ordine domenicano, sul tema della sessualità. Ora segue la seconda parte, e post dopo post lo pubblicheremo tutto. Buona lettura.

Dall'eucarestia alla sessualità e ritorno. Per capire


La relazione sessuale è chiamata ad essere una forma di vivere questo dono di se stessi. Sono qui e mi dono a te, con tutto quello che sono, ora e sempre. Allora l'eucarestia ci aiuta a capire cosa significa per noi essere individui dotati di sessualità, e la nostra sessualità ci aiuta a capire l'eucarestia. Generalmente si vede l'etica sessuale cristiana come restrittiva rispetto ai costumi contemporanei. La Chiesa ti dice esattamente quello che non è permesso fare! In realtà, alla base dell'etica sessuale cristiana c'è l'apprendimento di come vivere relazioni di donazione mutua.

L'Ultima Cena è stato un momento di crisi inevitabile nell'amore di Gesù per i suoi discepoli. È stato il momento per il quale è dovuto passare nel suo cammino dalla nascita alla resurrezione, il momento in cui tutto è esploso. È stato venduto da uno dei suoi amici; la rocca, Pietro, era sul punto di rinnegarlo e la maggioranza dei suoi discepoli sarebbero scappati correndo. Come sempre, furono le donne a mantenersi tranquille e a rimanere fino alla fine! Gesù, all'Ultima Cena, non è andato via fuggendo dalla crisi, ma ha preso il toro per le corna. Ha preso il tradimento, il fallimento dell'amore, e l'ha trasformato in un momento di donazione: "Mi consegno a voi. Voi mi avete consegnato ai romani perché mi uccidano. Mi consegnerete alla morte, ma io faccio di questo momento un momento di dono, ora e sempre".

Arrivare ad essere persone mature che amano significa che ci imbatteremo in queste crisi inevitabili, nelle quali il mondo sembra andare in pezzi. Questo succede in modo drammatico quando si è adolescenti, e può succedere in tutta la nostra vita, tanto se ci sposiamo quanto se ci facciamo religiosi o sacerdoti. Spesso questo genere di crisi avviene cinque o sei anni dopo aver preso il proprio impegno, nel matrimonio o nell'ordinazione sacerdotale. Dobbiamo affrontarle.

Gesù avrebbe potuto scappare dalla porta di dietro. Avrebbe potuto rifiutare i suoi discepoli e non aver voluto avere niente a che fare con loro. Ma no, egli ha affrontato il momento nella fede. E noi saremo capaci di aiutare i giovani a fare questo solamente se noi stessi saremo passati per momenti così e se li avremo affrontati. Io l'ho fatto! Ricordo che, alcuni anni dopo l'ordinazione, mi innamorai fortemente di una persona. Per la prima volta avevo incontrato una persona con la quale sarei stato felice di sposarmi e che sarebbe stata felice di sposarsi con me. Era questo il momento della mia scelta. Avevo fatto professione solenne con gioia, amavo le mie sorelle e i miei fratelli domenicani, amavo la missione dell'Ordine. Ma quando avevo fatto la professione avevo una piccola fantasia nella testa: "come sarebbe essere sposato?".

Dovetti accettare la scelta che avevo fatto nella mia professione solenne, o, meglio, dovevo accettare la scelta che Dio aveva fatto per me, che era questa la vita alla quale Dio mi chiamava. Fu un momento doloroso, ma anche di felicità. Ero molto felice perché amavo questa persona, e siamo ancora buoni amici. Era un momento di felicità perché stavo per liberarmi dalla fantasia che avevo mantenuto viva durante la professione solenne. Piano piano stavo scendendo dalle nuvole. Il mio cuore e la mia mente stavano per incarnarsi nella persona che sono, con la vita che Dio ha scelto per me, in carne ed ossa. La crisi mi ha riportato con i piedi per terra.
Alla maggior parte di noi questo non capita una sola volta. Possiamo attraversare varie crisi di affettività lungo la nostra vita. Io certamente le ho passate e chissà che non ce ne sia una dietro l'angolo. Ma dobbiamo affrontarle, come ha fatto Gesù nell'Ultima Cena, con coraggio e fiducia. Allora, se lo faremo, a poco a poco entreremo nel nostro mondo reale di carne ed ossa.

Un benedettino irlandese chiamato Mark Patrick Hederman scrisse: "L'amore è l'unico impeto che è sufficientemente straripante da forzarci ad abbandonare il confortevole rifugio della nostra beneamata individualità, spogliarci dell'impenetrabile guscio di autosufficienza e farci uscire gattonando nudi verso la zona del pericolo, il crogiolo dove l'individualità viene purificata per farsi persona" (Manikon Eros: Mad Crazy Love, Dublino 2000, p. 66). E se non credete ad un benedettino irlandese, sicuramente crederete in san Tommaso: "La persona che ama deve pertanto allentare questo cerchio che la manteneva all'interno dei propri limiti. Per questo si dice dell'amore che scioglie il cuore: ciò che è sciolto non è contenuto nei propri limiti, al contrario di quello che succede nello stato che corrisponde alla 'durezza di cuore'" (Comm on Sentences, III, 25, 1, 1, 4m). Solo l'amore rompe la nostra durezza di cuore e ci dà cuori di carne.

Amare è pericoloso!

Aprirsi all'amore è molto pericoloso. Uno, probabilmente, si fa male. L'Ultima Cena è la storia del rischio dell'amore. È per questo che Gesù è morto, perché ha amato. Uno che risveglia desideri e passioni profonde e sconcertanti può correre il pericolo di rovinare la propria vocazione e di vivere una doppia vita. Avrà bisogno della grazia per evitare il pericolo, ma non aprirsi all'amore è ancora più pericoloso, è mortale. Ascoltate C. S. Lewis: "Amare è in ogni caso essere vulnerabili. Ama qualcosa e il tuo cuore certamente sarà diviso e rotto. Se vuoi essere sicuro di mantenerlo intatto, non darlo a nessuno, neppure ad un animale. Avvolgilo attentamente in hobbies e piccoli lussi; evita ogni coinvolgimento amoroso; chiudilo al sicuro nell'urna o nella bara del tuo egoismo. Ma nell'urna - sicura, oscura, immobile, senza aria - cambierà. Non si romperà; diventerà infrangibile, impenetrabile, irrimediabile. L'alternativa alla tragedia, o almeno al rischio della tragedia, è la condanna. L'unico luogo, a parte il cielo, dove può essere perfettamente salvo da tutti i pericoli e perturbazioni dell'amore è l'inferno" (The Four Loves, Londra 1960, p 111).

Quando celebriamo l'eucarestia, ricordiamo che il sangue di Cristo è versato "per te e per tutti". Il mistero dell'amore, nel più profondo, è insieme particolare e universale. Se il nostro amore è solo particolare, allora corre il rischio di diventare introverso e soffocante. Se è solamente un vago amore universale per tutta l'umanità, allora corre il rischio di diventare vuoto e senza senso. La tentazione per una coppia è di tenersi un amore intenso ma chiuso ed esclusivo. Si salva appena dall'essere distruttivo con l'arrivo di una terza persona, il bambino che espande il loro amore. La tentazione dei celibi potrebbe essere tendere verso un amore che è solamente universale, un vago e caldo amore per tutta l'umanità. Dickens ci parla, in Black House, di Mrs. Jellyby che aveva una "filantropia telescopica", perché non poteva vedere niente che fosse più in qua dell'Africa. Amava gli africani in generale, ma non si curava della vita dei propri figli.

Non possiamo rifugiarci in questa filantropia telescopica. Avvicinarci al mistero dell'amore significa anche amare persone concrete, alcune con amicizia, altre con profondo affetto. Dobbiamo imparare ad integrare questi amori nella nostra identità come religiosi, come sposati o come single. Mi dicono che nel passato si soleva mettere in guardia i religiosi dalle "amicizie particolari". Il nostro venerabile Gervase Matthew diceva sempre che gli facevano più paura le "inimicizie particolari"!

Bede Jarret, domenicano, fu provinciale della provincia (dei domenicani) di Inghilterra negli anni '30. Una volta scrisse una bella lettera ad un giovane benedettino, di nome Hubert van Zeller, che dopo la guerra divenne un famoso scrittore di spiritualità. Questo giovane monaco si era innamorato di una persona che conosciamo solo come P. Fu un'esperienza spaventosa. Temeva che fosse la fine della sua vocazione religiosa. Bede vide che era il principio. Permettetemi di farvene una lunga citazione. È impressionante pensare che sia stata scritta settanta anni fa.

"Gioisco (del tuo innamoramento) perché credo che la tua tentazione sia sempre stata il puritanesimo, una costrizione, una certa mancanza di umanità. La tua tendenza era quasi la negazione della santificazione della materia. Eri innamorato del Signore, ma non autenticamente innamorato dell'incarnazione. Eri realmente spaventato. Pensavo (…) che, se ti fossi rilassato un momento, saresti esploso. Eri pieno di inibizioni. Quasi ti uccidevano. Quasi uccidevano la tua umanità. Ti faceva paura la vita perché volevi essere santo e sapevi che eri un artista. L'artista che è in te vedeva bellezza da ogni parte; l'uomo che voleva essere santo in te diceva: 'Caspita, ma questo è terribilmente pericoloso'; il novizio dentro di te diceva: 'tieni gli occhi ben chiusi'; Claud (il suo nome di battesimo), quasi saltavi per aria. Se P. non fosse entrato nella tua vita, saresti potuto scoppiare. Credo che P. salverà la tua vita. Dirò una messa di ringraziamento per quello che P. ha rappresentato, e ha fatto, per te. Da molto tempo avevi bisogno di P. I tuoi parenti non avrebbero potuto sostituirlo. Tantomeno i vecchi e corpulenti provinciali" (ed. by Bebe Bailey, Adam Belenger and Simon Tugwell. Letters of Bebe Jarret, Downside and Blackfriars, 1989, p. 180).

Non sto suggerendo che dovremmo tutti correre fuori di qui alla ricerca di qualcuno da amare! Dio ci invia gli amori e le amicizie che sono parte del nostro cammino verso di Lui, che è la pienezza dell'amore. Aspettiamo coloro che Dio ci invia e quando e come ce li invia. Ma quando arrivano, allora dobbiamo affrontare il momento, come fece Gesù nell'Ultima Cena.

Quando amiamo qualcuno profondamente, allora dobbiamo imparare ad essere casti. Ognuno, scapolo, sposato o religioso è chiamato alla castità. Non è una parola popolare di questi tempi, suona bacchettona, fredda, distante, mezzo morta, per niente attraente. Herbert McCabe, domenicano, ha scritto che "la castità che non è manifestazione d'amore è essenzialmente il cadavere della vera castità" (Law, love and language, p. 22).

2 febbraio 2010

Sessualità ed Eucarestia - I

A volte, il sabato pomeriggio, i prenovizi più intraprendenti vanno accompagnano frate Roberto nel suo giro "dei vasi di Bergamo". Saliamo a piedi fino a Sant'Agostino, poi costeggiamo le mura fino a Campo Aperto e da lì prendiamo la destra. Ad un certo punto si apre un sentiero pedonale a sinistra che ci porta ancora più in quota. Circumnavighiamo il colle san Vigilio e sbuchiamo al Campo dei Tedeschi. Da lì torniamo a casa dall'altro lato del colle.

Durante una di queste passeggiate discutiamo di più e del meno, delle nostre cose "nerd", dello stato dell'ordine dei predicatori e della nostra formazione. Una volta ci siamo chiesti se il tema della sessualità venga affrontato adeguatamente durante il nostro percorso di formazione. Allora fra Roberto, appena rientrato nella sua cella, ha acceso il computer e ci ha mandato una lezione di Timothy Radcliffe, già maestro generale dell'ordine. Noi la pubblichiamo qui, un post alla volta per facilitarne lettura e meditazione.


Intervento di Timothy Radcliffe alle "Giornate nazionali di pastorale giovanile vocazionale" della Conferenza dei religiosi spagnoli, a Madrid (8-10/10/04)


Non sono sicuro del significato esatto della parola "affettività" in spagnolo. In inglese "affectivity" implica non solo la capacità di amare, ma anche il nostro modo di amare in quanto dotati di sessualità, dotati di emozioni, corpo e passioni. Nel cristianesimo parliamo molto di amore, ma dobbiamo amare come siamo, con la nostra sessualità, i desideri, le forti emozioni, la necessità di toccare e stare vicini all'altro. È strano che non ci venga bene parlare di questo, perché il cristianesimo è la più corporale delle religioni. Crediamo che è stato Dio a creare questi corpi e a dire che erano cosa molto buona. Dio si è fatto corpo fra di noi, essere umano come noi. Gesù ci ha dato il sacramento del suo corpo e ha promesso la resurrezione dei nostri corpi. Sicché dovremmo sentirci a casa nella nostra natura corporale, appassionata… e a nostro agio nel parlare di affettività! Eppure quando la Chiesa parla di queste cose, la gente non rimane convinta. Non abbiamo abbastanza autorità quando parliamo di sesso! Dio si è incarnato in Gesù Cristo, ma forse noi stiamo ancora imparando ad incarnarci nei nostri stessi corpi. Dobbiamo scendere dalle nuvole!

Una volta san Crisostomo, che stava predicando sul sesso, notò che alcuni arrossivano e si indignò: "Perché vi vergognate? L'argomento non è puro? Vi state comportando come eretici" (12ma omelia sull'epistola ai Colossesi). Pensare che il sesso faccia repulsione è un fallimento dell'autentica castità e, secondo nientemeno che san Tommaso d'Aquino, un difetto morale! (cfr. IIa-IIae, qu. 142, art. 1). Dobbiamo imparare ad amare per quello che siamo, esseri dotati di sessualità e di passioni - a volte un po' disordinati - o non avremo niente da dire su Dio, che è amore.

Voglio parlare di Ultima Cena e sessualità. Può sembrare un po' strano, ma pensateci un momento. Le parole centrali dell'Ultima Cena sono state: "Questo è il mio corpo, offerto per voi". L'eucarestia, come il sesso, è centrata sul dono del corpo. Vi rendete conto che la prima lettera di san Paolo ai Corinzi si muove fra due temi, la sessualità e l'eucarestia? Ed è così perché Paolo sa che abbiamo bisogno di capire l'una alla luce dell'altra. Comprendiamo l'eucarestia alla luce della sessualità e la sessualità alla luce dell'eucarestia.

Per la nostra società è molto difficile capire questo perché tendiamo a vedere i nostri corpi semplicemente come oggetti che ci appartengono. (...). Se pensi al tuo corpo in questo modo, come la cosa più importante che possiedi insieme ad altre cose, allora gli atti sessuali non sono particolarmente significativi. Posso fare quel che mi pare con le mie cose se non faccio male a nessuno. Posso usare la mia lavatrice per mescolare pitture o impastare. È mia. E dunque, perché non posso fare quello che voglio con il mio corpo? È un modo naturale di pensare perché, a partire dal XVIII secolo, abbiamo assolutizzato quanto basta i diritti di proprietà. Essere umani è possedere.

Ma l'Ultima Cena guarda ad una tradizione più antica e più saggia. Il corpo non è solo una cosa che possiedo, sono io, è il mio essere come dono ricevuto dai miei genitori e dai loro prima di loro e, in ultima istanza, da Dio. Per questo quando Gesù dice "Questo è il mio corpo, offerto per voi" non sta disponendo di qualcosa che gli appartiene, sta passando agli altri il dono che lui è. Il suo essere è un dono del Padre che Egli sta trasmettendo.

Qui sta la seconda parte.
Qui, invece, il testo integrale.