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23 giugno 2010

Rimini

L’azione pacificatrice che fra Pietro da Verona, nel 1249, praticò tra i comuni della Romagna fece sorgere negli abitanti di Rimini il desiderio di avere quei religiosi in città.

Il 21 gennaio 1254 fra Giovanni da Vicenza domandò al Consiglio di Rimini un tratto di terreno ab Ecclesia et territorio Ecclesie S.Cathaldi inferius versus Apsam, sul quale erigere un convento e domandò anche che gli fosse concessa una casa nella contrada stessa perché i frati potessero abitarvi durante i lavori di costruzione; il comune acconsentì ad entrambe le richieste. Due anni più tardi lo stesso fra Giovanni ottenne dal vescovo Giacomo il possesso della chiesa parrocchiale di S. Cataldo. L’atto di cessione fu stipulato nella chiesa stessa da Ventura di Giovanni e Donato di Gualtieri Donati sindaci della contrada i quali, a nome dei suoi abitanti, acconsentirono alla cessione imponendo però condizioni e riserve che furono accettate.

In un altro consiglio municipale tenuto sotto la podesteria di Riccardo Villa il 14 novembre 1256 la Chiesa riminese concesse ai frati domenicani un altro terreno a lato del muro pubblico che passava presso la chiesa, ottenendo di poter aprire una porta per accedere a dei terreni che avevano al di la di quello. Nel 1265 i Domenicani ebbero una lite con il comune per quella porta della quale si temeva che essi abusassero ma una bolla di papa Clemente IV, che proprio in quell’anno impose alla città un vescovo domenicano, Ambrogio da Orvieto (1265-1277), esortava il Podestà, il Consiglio e la comunità di Rimini a permettere ai frati di S. Cataldo di mantenere il possesso delle porte ricavate nelle mura cittadine. È forse per questo motivo che Carlo Malatesta più tardi costruirà quell’appendice delle mura antiche che partendo da porta S. Cataldo seguendo il rigagnolo della fontana chiuse ed abbracciò tutto il convento.

17 giugno 2010

XLI-XLII. Il mio piede sinistro

Il riferimento di Umberto di Romans, nella sua lettera ai frati predicatori, a Eud, il giudice di Israele mancino, mi ha fatto venire in mente un vecchio stupendo film. Ci recitava Daniel Day-Lewis, interpretando un ragazzo paraplegico che impara a dipingere con il suo piede sinistro.

Non c'è rappresentazione migliore della pazienza.

Io ho avuto la fortuna di lavorare e vivere con persone affette da disabilità fisiche e mentali. Ognuna di loro è stata, a suo modo paradossalmente, un maestro di pazienza. Qualcuno era un po' stronzo. Altri erano lagnosi e pesanti. Spesso erano pigri. Tutti, però, avevano una tremenda voglia di camminare su delle gambe che non vanno, di giocare con delle mani che tremano, di parlare con una lingua ribelle. Con pazienza facevano tutto questo: vivere e a fanculo la malattia!





XLI. E poi, cari fratelli, impadronitevi della pazienza, lo scudo delle virtù, che nei santi di Dio compie miracoli. Infatti è proprio la pazienza a permettere ad una fragile ragazzina di vincere il mondo: persino senza combattere sconfigge l'avversario e si nutre delle amarezze del mondo e si diverte nelle avversità. Gli apostoli, certamente, ritennero di rallegrarsi di essere degni di sopportare gli insulti in nome di Cristo (At 5).

4 giugno 2010

XXXIX-XL. Il test di Umberto

L'umiltà di cui parla Umberto di Romans non è roba astratta, un vago sentimento di inadeguatezza e inferiorità. E' roba pratica: un comportamento. L'umiltà si rivela nelle nostre azioni e può essere "oggettivamente" rilevata dalla nostra coscienza, perfino misurata. Il vecchio maestro domenicano offre una sfilza di consigli concretissimi per imparare questa virtù e propone perfino un test con cui la possiamo valutare: quello che facciamo lo facciamo per la gloria di Dio o per la nostra?

Quando ero giovane, mi dicevano tutti che ero una gran superbo e io ho vissuto dei lustri con il complesso del superbo. Poi, un giorno, lessi un libro di Soren Kierkegaard dal titolo tetro de "Il concetto dell'angoscia", che mi fece capire una cosa importante. Superbo è chi si credo migliore degli altri. L'orgoglioso è chi ha paura di perdere, di perdere la faccia, di dimostrarsi inferiore. Ecco, io non sono mai stato superbo... sono, invece, un orgoglioso bello e buono. L'orgoglio è paura, mentre l'umiltà è coraggio. L'umile, infatti, non ha nulla da perdere, perchè non fa nulla per se stesso, ma tutto per Dio. E anche il perdere è tutto di guadagnato, perchè all'umiliazione seguono la gloria e l'onore... di Dio.
XXXIX. Quindi, il danno della superbia viene valutato attraverso due frutti delle opere virtuose: la gloria e l'utilità. Dio ha riservato per sè la prima e ha lasciato a noi la seconda. Se contendiamo a Dio la sua parte, senza dubbio perdiamo quella destinata a noi. Così come il vento sparge la polvere, la vanità dissipa e disperde le virtù. Sappiate infatti con certezza che non possederemo mai la virtù dell'obbedienza, nè quella della pazienza, nè la purezza della perfezione, se perdessimo la sincerità dell'umiltà.

XL. Se, dunque, amate l'umiltà, la conserverete grazie alle cose che vi abbiamo scritto: se davvero avrete ponderato quanto sia facile il cadere e difficile il rialzarsi e incerto il perseverare; se vi sarete sforzati di ottenere un'idea esatta della vostra fragilità e di considerare gli altri frati migliori di voi; se spesso avrete pensato all'imminenza della morte; se avrete prestato attenzione al fatto che il Signore scorge in profondità tutto ciò che fate; se, non di meno; avrete pensato che il Signore si è umiliato fino a morire di una morte infame; se rifletterete sulla gloria e l'onore che seguono ad un'umiliazione.

28 maggio 2010

XXXVII-XXXVIII. Zero tituli

Se chiedete ad un frate domenicano cos'è l'umiltà, lui vi risponderà, quasi sicuramente, che l'umiltà è il dare il giusto valore a se stessi. Il brutto è che non è assolutamente facile autovalutarci. Alcuni sono arciconvinti di valere molto, magari perchè sono belli, ricchi, intelligenti, potenti, uomini di successo. Se sei Mourinho, e hai vinto tutto allenando squadre dall'alta propensione a perdere, come il Porto o l'Inter, pensi di avere tutte le ragioni del mondo a sentirti "the special one". Altri sono dell'altra sponda: si sentono delle cacche e come tali si comportano.

Credo che uno cominci a darsi il suo "tasso di cambio reale", quando realizza che tutto quello che ha non se l'è dato da solo, ma che gli viene da Dio: dove sei nato, i genitori che hai avuto, il tuo carattere e le tue doti naturali, il fatto che ti alzi ogni mattina. Quando uno si ficca in testa questo concetto, poi non accampa diritti fondati sulla propria bravura e non cerca nemmeno di essere incensato. Non fa sfoggio di tituli, nè chiede conto di quelli degli altri, ma come fa Paolo di Tarso, se si vanta, si vanta in Cristo. Non lotta più per essere riconosciuto signore, ma mette le se doti a servizio degli altri. E se ritiene di essere un buono a nulla e di non avere nulla da dare al mondo, si ricordo che non sta disprezzando se stesso, ma i doni che il Padre gli ha dato.

Ecco, come ricorda Umberto di Romans, dall'umiltà sbocciano tutte le altre virtù. Forse addirittura la fede, che non è altro che riconoscere di non bastare a se stessi e che nessuna Champions League, ma solo un Altro, potrà mai soddisfare il desiderio di trascendenza, inscritto nella nostra anima.

XXXVII. Per riconoscere il valore dell'umiltà, cercate di comprendere la ragione per cui essa è: la cenere che conserva il calore dei carboni della virtù; il fondamento che sostiene l'edificio spirituale in modo che non cada; la scala che ci porta in cielo.

L'umiltà stessa, infatti, conserva le altre virtù, ci rende simili al nostro Capo, orna ogni azione con la sua bellezza. Essa è ciò che Dio ama, lodevole per se stessa, in mille maniere utile a noi e di esempio al prossimo. L'umiltà è certamente la virtù che ottiene i beni che ci mancano, consolida quelli che già abbiamo, recupera quelli che abbiamo perso.

XXXVIII. Se, quindi, qualcuno si sforza di essere perfettamente umile, provi a mostrarsi sordo, cieco, muto e persino stolto nell'intimo, affinchè non senta, dica o veda nulla che lo trattenga dal suo proposito e non rinunci a un comportamento virtuoso per paura di essere deriso.

Ciascuno coltivi l'umiltà in modo perfetto affinchè, così come ne fa mostra esteriormente nelle sue opere, così la trapianti anche giù nel suo cuore. Non siate, quindi, come quelli che amano l'umiltà, ma non vogliono essere disprezzati, poichè questi, se conoscessero davvero l'umiltà, non dubiterebbero affatto che essa consiste nel disprezzo delle proprie qualità.

Nel vestirvi mantenete un tale equilibrio da non farvi notare per originalità o lusso ma nemmeno per eccessiva trasandatezza. La superbia, qualche volta, si rafforza dalla propria mortificazione. Infatti, uno si impegna ad umiliarsi e poi finisce scioccamente per vantarsene.

Allo stesso modo, uno digiuna per Cristo e poi, spesso, se ne gloria. Questa è la ragione per cui, quando un tal frate chiese perchè si potesse digiunare più facilmente in comunità che da soli, gli venne risposto: "Perchè in monastero è il venire indicati dagli altri che ci nutre, mentre, quando si è soli, non c'è alcun testimone del digiuno." (Dalle Vite dei padri).

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20 maggio 2010

XXXIV-XXXVI. Mandare a memoria

Paragrafo 35 della lettera di Umberto ai domenicani: mandare a memoria.


XXIV. Fratelli carissimi, abbracciamo di buon grado la madre di ogni virtù: l'umiltà che Cristo insegnò a parole e, nondimeno, mostrò con il suo esempio. Lui, che si disse anche mite ed umile di cuore e ci invitò ad imitarlo: Imparate da me, disse, che sono mite ed umile di cuore (Mt 11). Ricordatevi di quel tale che doveva venire accolto dagli antichi padri e fu spedito tra le ossa dei morti per fare loro insulti e riverenze e capisse che, come queste erano indifferenti verso entrambe le cose, così anche lui non si doveva curare delle lodi e degli insulti degli altri (Dalle vite dei Padri del deserto).

XXXV. Arriverete all'umiltà perfetta attravverso questi passaggi: se davvero ripenserete alle vostre mancanze con dolore e desiderio di correggervi; se scaccerete dal cuore ogni sentimento di superiorità; se, disprezzati, non disprezzerete; se vi riterrete veramente morti al mondo; se non desidererete di piacere a nessuno se non a Dio solo; se non temerete di dispiacere a nessuno se non al Signore Dio; se non migliorerete il vostro comportamento alla presenza di altre persone, nè lo peggiorerete nella loro assenza; se vi riterrete inutili veramente e non solo a parole; se desidererete essere considerati di poco valore; se rifiuterete tutto ciò che vi può dare prestigio ed è contro il progresso di tutto l'Ordine; se smetterete di pensare a voi stessi; se, nella vostra coscienza, accuserete voi stessi e scuserete gli altri.

XXXVI. I segni dell'umiltà sono: trascurare la graditudine degli uomini; fidarsi delle opinioni degli altri; ascoltare volentieri le correzioni; chinare il capo; non vestire vesti sgargianti; moderare le risa; non parlare difficile; evitare percorsi tortuosi; ubbidire ai superiori senza discutere; essere pronti a portare rispetto ai propri pari; non disprezzare i propri sottoposti; vivere con semplicità; non portare mai segni di duplicità o finzione; non volere vincere nelle liti.

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14 maggio 2010

XXXII-XXXIII. La rimozione del vizio

Siamo giunti agli ultimi due paragrafi sulla castità della lettera di Umberto di Romans ai frati predicatori. Umberto conclude con qualche consiglio pratico che valgono un po' per tutti i vizi: spegnerli sul nascere. In ogni modo, riflettendo sul tema della castità e sull'approccio molto terra terra di Umberto, non posso che chiedermi se sarebbe servito a prevenire o limitare la diffusione della pedofilia tra sacerdoti e religiosi.

Non sono davvero in grado di rispondere. Penso, però, che se la pedofilia non è semplicemente un vizio orrendo, ma "una malattia della psiche", allora tutti i saggi e cautissimi consigli di Umberto non bastano assolutamente e, forse, non servono a nulla. Con questo non voglio dire che il pedofilo sia succube delle proprie pulsione e definitivamente privato del suo libero arbitrio. Anzi, egli porta sulle sue spalle tutto il peso morale delle sue azioni. Forse, però, la strategia umbertina di prevenzione e negazione non sarebbe quella giusta. Puoi andare in giro con una cintura di castità, fasciarti gli occhi, darti al bricolage per distrarti, sforzarti di non pensarci più, ma alla fine - io mi chiedo - quelle pulsioni se ne vanno o rimangono? E se rimangono, poi, non rischiano di fare "bum!"?

Io non ho la più pallida idea di come attualmente vengano gestite queste situazioni, a quali esperti ci si rivolga, quando, dove, come e perchè, però - magari - prima di tentare di scacciare le proprie tentazioni come fossero fastidiosi mosconi, bisognerebbe riconoscere che ci sono e metterle a tavola. Bisognerebbe accettare e dare voce al disagio che ne deriva. Oltre agli eventuali benefici psicologici, ne deriverebbe anche un grandissimo beneficio morale: il riconoscimento della propria limitatezza e della propria incapacità di salvarsi da soli; l'umiltà e la fede in Cristo.

Ultima nota: non è forse stato il medesimo atteggiamento di rimozione del problema pedofilia a fare male alla Chiesa? non lo ha, forse, addirittura aggravato? Le parole di Benedetto XVI sono, a questo proposito, aria fresca: "la più grande persecuzione alla Chiesa non viene dai nemici di fuori, ma nasce dal peccato nella Chiesa, e che la Chiesa quindi ha profondo bisogno di reimparare la penitenza, di accettare la purificazione, di imparare da una parte il perdono, ma anche la necessità della giustizia."

XXXII. I rimedi contro la lussuria sono di sicuro: schivare le familiarità sospette, non confidare troppo in se stessi, fuggire le occasioni di tentazione, turare i propri sensi, limitare i pensieri cattivi, domare la carne, resistere alle passioni nascenti, tenersi sempre occupati in attività virtuose. Infatti, l'antico nemico dà da fare con le sue male faccende a chi non ha nulla di meglio da fare.

Anche se dobbiamo combattere contro gli altri vizi, sappiate, però, che il vizio dell'incontinenza lo dobbiamo fuggire in modo speciale. Non per nulla, così come il malato non raffredda la febbre bevendo acqua gelida, ma la rinfocola, così ricercare i rimedi per la concupiscenza quando si è già in mezzo alla tentazione, non sazia nè estingue la passione.

XXXIII. Il cuore va custodito con ogni custodia (Prv 4), giacchè è chiaro che viene combattuto in molti modi. Nel resistere è anche necessario che siamo più guardinghi proprio lì dove sperimentiamo che gli attacchi del nemico sono più forti. Infatti il diavolo pone le trappole delle tentazioni più spesso lì dove ci percepisce più incauti; e si sforza maggiormente di vincerci lì dove sa che siamo più deboli.

La pace e la concordia sono sempre lodevoli tranne quando si combatte contro i vizi. A ciò si fa opportunamente cenno quando si ricorda che la torre di Davide fu munita di bastioni e che fu decorata con mille scudi e con tutte le armi dei forti (Ct 4). E ancora, i Gebusei vennero lasciati vivere tra gli Israeliti perchè questi si esercitassero nella guerra (Gdc 1) e i Maccabei ebbero il permesso ci combattere di sabato (1Mc 2), in modo che sia chiaro quanto Dio gradisca la lotta contro il vizio. Riflettete bene su quel frate che un vecchio vide attaccato attraverso immagini di varie forme che gli si formavano davanti agli occhi e che, poichè per negligenza non le respinse, macchiarono la bellezza del suo cuore di fronte al Dio che tutto scruta (Vite dei Padri). Al contrario ece bene quel frate che, tentato, per dimenticarsi meglio tali cose, si plasmò una donna di fango (ibidem).

In riferimento alla custodia del nostro cuore, un cherubino dalla spada fiammeggiante è posto davanti alla porta del paradiso (Gn 3). Sforziamoci quindi di calpestare la testa del serpente, cioè di resistere ai primi cenni di tentazione per sconfiggere il nemico quando è debole; per distruggere la depravazione quando è ancora in seme; e per sbattere contro quella pietra che è Cristo i nostri bambini (Sal 136): e se il nostro nemico ci visita spesso con le tentazioni, la sua frequenza non ci venga a noia, per non essere come pietre scavate dalle gocce non con la violenza, ma con la costanza, come nel detto: "la goccia scava la pietra non con la forza, ma cadendo spesso". Ciò traspare dalla storia di quel padre del deserto che, come un atleta di Cristo resistette alla tentazione per quarant'anni, ma che poi cadde vinto nel tempo di una notte (Vite dei padri).

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2 maggio 2010

XXX-XXXI. Nemmeno con un fiore(?)

Questi ultimi paragrafi della lettera di fra Umberto di Romans ai domenicani non mi hanno proprio convinto. Quel padre del deserto che toccava sua madre con la protezione di una coperta, più che un santo mi ricorda uno di quei matti che ad agosto si aggirano per i parchi con il cappotto. I veri pericoli per la castità - mi pare - vengono più che da abbracci con meno potenziale erogeno di un Topolino da quelle parole che rivelano la nostra intimità. E, secondo me, è proprio qui che molti sacerdoti rischiano di cascare: una direzione spirituale disattenta e la proverbiale scrivania in mezzo è come una diga bucata...

Comunque la si pensi, tutto si riduce alla vessata questione se sia possibile l'amicizia tra un uomo e una donna. Se si pensa che no, allora tutto - ogni sguardo, parola, contatto - diventa occasione di irresistibile tentazione. Chiamare una donna "carissima amica" o dirle "noli me tangere", dà la stura ad ogni tipo di malizia. E allora bisogna stare sempre in guardia, girare con la coperta in mano, i guanti di lattice e il burqa.

Se si pensa che sì, l'amicizia tra uomo e donna sia possibile, tutto diventa più sfumato, perchè il rapporto con ogni persona cambia a seconda del grado di confidenza, conoscenza e rispetto reciproco. Con alcune persone si può dormire nello stesso letto e ronfare serenamente, con altre si deve andare con cautela e piedi di piombo.

Il momento più delicato è quando ci si conosce. La scoperta dell'altro è una fase eccitante e dove davvero si rischia di trascendere, costruire castelli in aria, prendere fischi per fiaschi, camminare tre metri sopra il cielo salvo poi cadere nel primo tombino. Poi, però, i rapporti si chiariscono, si intuisce che manca la reciproca attrazione, ci si guarda con sguardo libero e puro. Alcuni penseranno che questo è impossibile: tra uomo e donna (ma soprattutto nell'uomo) si annida sempre e inestirpabilmente il tarlo del sesso. Suvvia, non siamo conigli, schiavi del gene della riproduzione! E poi la mia esperienza è differente: ho avuto la grazia di poter contare su alcune amiche care e preziose. E non sono certo baci e abbracci a mettere in pericolo il nostro rapporto e la nostra virtù.

XXX. Inoltre dobbiamo guardarci dal contatto non solo con donne lascive, ma anche con quelle virtuose: infatti, per quanto la terra sia buona, e lo sia anche la pioggia, mischiate l'una all'altra danno il fango. In questo modo, anche presupposto che la mano dell'uomo e quella della donna siano buone, tuttavia dal loro contatto talvolta nascono pensieri o sentimenti fangosi. Se uno tocca la pece, si sporcherà senz'altro la mano (Qo 13). E quale sciocco crede di poter mettere la mano nel fuoco e non bruciare (Pro 6)? Per questo un tal santo, trasportando per un fiume la propria madre, avvolgeva la mano in una coperta per non toccarla (Vite dei Padri del deserto).

XXXI. Se, quindi, secondo il detto dell'Apostolo (1Cor 7), è bene non toccare una donna, tanto più lo è non baciarla.

La concupiscenza, tuttavia, inganna ed acceca alcuni al punto che sostengono che baciare è cosa lecita, visto che, a quanto pare, quello stesso apostolo aveva permesso il bacio (1 Cor 16). Che brutta fine fa il giudizio della ragione, quando la smania di fare qualcosa lo incomincia a dominare! Una mente ossessionata, infatti, si plasma la coscienza a piacimento mentre realizza le proprie brame. Compiuto il fatto, questa stessa coscienza punge con amari rimorsi la mente, che, deviando verso il male, ha lasciato la strada della verità. Coloro che si preparano alle nozze eterne non desiderino abbracci mortali! Chi desidera l'abbraccio dello sposo del cielo è meglio che sia provvisto delle lampade della purezza e l'olio della gioia (Mt 25).

25 aprile 2010

XXVII - XXIX. L'arte della guerra

Chi ha letto "L'arte della guerra" di Sun Tzu sa che il miglior generale è chi vince senza combattere. Fra Umberto di Romans adotta il medesimo principio riguardo alla castità: chi è veramente virtuoso la tentazione non ha bisogno di combatterla, perchè nemmeno l'avverte. Ora, la virtù, proprio come l'arte della guerra, è una cosa che si impara. Bisogna conoscere le proprie forze, e quelle del nemico, e la conformazione del terreno.


Proprio come Machiavelli raccomanda al Principe, così Umberto raccomanda ai suoi frati - nella migliore tradizione del "realismo morale" - di sterminare il nemico molto prima che diventi potente e pericoloso. E per fare questo, Umberto, in qualità di stratega della guerra spirituale, dà qualche prezioso consiglio. Mi chiedevo, nel post precedente, perchè Umberto non ammonisse a controllare lo sguardo. Ed ecco che la prima pedina che il frate domenicano suggerisce di muovere è propria questa: attenti a cosa guardate! attenti a dove vi casca l'occhio... e la freccia del mouse!

XXVII. Sforziamoci quindi, fratelli, di preservare nel corpo e nella mente la continenza che noi proclamiamo cingendoci i fianchi (Lc 12) ed il seno con l'aurea cintura (Ap 1). Se, invero, la tentazione della carne o del demonio ci spinge la peccato, almeno non soggioghi una mente che resiste con fortezza.

Cambia molto avere le virtù cardinali o quelle purgative o quelle eroiche, poichè le ultime sono migliori delle prime tanto quanto possiedono già dopo il trionfo la quiete della purezza sincera. Infatti, sebbene sia assolutamente lodevole resistere ai desideri carnali, ancora più lodevole è non sentire le incitazioni della tentazioni. Infatti, nonostante si vinca in battaglia, comunque si viene colpiti e feriti. E anche nel caso di un tumulto che uno seda con le armi: proprio quando si sperava di avere ottenuto la pace, ecco che il tumulto scoppia di nuovo. Mai, battagliando, si potrà essere sicuri di un nemico, se poi, dopo la vittoria, lo si lascerà padrone nei suoi territori. Davide, dopo aver smesso di combattere perchè aveva sottomesso i nemici, era più sicuro che quando era sottoposto ai pericoli della guerra (2Re 11). Nell'arca di Noè la situazione viene dichiarata tranquilla quando tutti gli animali si riposano e si sono calmati (Gn 8). E allora noi giungiamo a questa lodevole pace, quando non abbiamo più bisogno di combattere contro i vizi che ci tentano, ma, appena ci si presentano davanti all'occhi della ragione, ci schifano peggio che un serpente (Qo 21).

XXVIII. Dobbiamo evitare non solo le nefaste opere della lussuria, ma anche le circostanze che ci spingono ad esse, come occhiate incaute, toccatine, baci e abbracci, frequenti chiaccherate e risata.

XXIX. E infatti, poichè la morte entra attraverso le nostre finestre (Ger 9), è necessario che lo sguardo stesso venga controllato con molta attenzione, affinchè, mentre incautamente guardiamo cose esteriori, non perdiamo ricchezze interiori. Certamente se Davide avesse evitato certi sguardi incauti, non sarebbe caduto affatto in tanta mala tentazione (2 Re 11). E anche Dina perse la castità, poichè gironzolando per guardare le donne della regione, non pensò a custodire se stessa (Gn 34). Ci tramanda un esempio per proteggere il nostro sguardo il Salvatore nostro, che, quando venne deriso, non rifiutò che i propri occhi fossero velati (Mc 14). Di conseguenza, caviamoci gli occhi che ci scandalizzano, secondo il consiglio del Signore, così che ci sforziamo di distogliere con naturalezza lo sguardo, per non assorbire vanità.

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22 aprile 2010

XXV - XXVI. Schizofrenia?

Come Umberto di Romans ed io avevamo già accennato, la virtù si impara un poco alla volta, e come si impara a nuotare con un po' di pratica e di coraggio, casti si diventa con un po' di impegno e di grazia. Umberto spiega che per imparare la castità bisogna imparare a prima governare il pensiero. Però, continua il quinto maestro generale dell'Ordine dei Predicatori, se proprio vi capita di pensarci sopra, almeno cercate di volgere le vostre fantasie alla contrizione piuttosto che al piacere. E se proprio non riuscite a non godervele, almeno non cercate pezze giustificative per il vostro comportamento! E Umberto si limita qui a parlare di pensieri... figuriamoci quando si tratta di mettere in pratica questi pensieri!

Una cosa che mi sono sempre chiesto è come un sacerdote o un religioso possano vivere la propria fede avendo un'amante (sperando che sia comunque adulta e consenziente!). Da un lato hai fatto una promessa e credi in certi valori, su cui hai giocato tutta la tua vita, dall'altro vivi in maniera esattamente contraria. La tua ragione è completamente scissa dalla tua quotidianità. Insomma, bisogna essere schizofrenici per sopportare un simile stato di cose, o no? Si può capire che capiti di sbagliare una volta (magari perchè non hai letto e seguito i consigli di Umberto), però che questo sbaglio diventi uno stato permanente per me è
meno comprensibile.

Non sarebbe più facile, liberatorio, dare un taglio netto: lasciare la tonaca o l'amante? Certo che certe cose si possono giudicare solo
quando ci si è dentro, però...
XXV. Quasi come i bambini vanno dietro alla madre, così il piacere del male ne segue il pensiero. Chiunque vorrà evitare le conseguenze del male, stia bene attento a ciò che lo precede, sapendo che chi avrà volto la mente ai pensieri carnali, si allontanerà dalla grazia del cielo. Non sia mai che la consolazione divina debba essere infusa in un vaso inquinato! Un cuore immondo è la dimora di Satana. E Cristo non gli può sedere affianco. Che scambio sconveniente disprezzare il bene immutabile per aderire a cose volubili, abbandonare la fonte della dolcezza e dissetarsi ad un torrente limaccioso! Quindi, se vi capita di pensare a dei peccati, sia almeno non per piacere, ma per amaro pentimento, così come Abramo, padre di molti popoli, guardava da lontano le città distrutte (Gen 19), e Geremia si batteva il petto triste per lo sterminio della sua città (Lam 1).

XXVI. In secondo luogo, se vi capita di venire colti da pensieri illeciti, evitate bene che il piacere trascenda fino all'assenso. Quando, infatti, il diavolo si sforza di inclinarvi al peccato, vi esorta a piegarvi al suo passaggio. Ma è mendance e padre della menzogna. Infatti non può passare senza il minimo permesso (Gb 1), se, si avvicina con il vostro consenso, poi pianta bene il piede.

Tuttavia considerate che i modi per macchiarsi del peccato sono due: o quando acconsentiamo a fare il male o quando, consentiamo non nei fatti, ma nei pensieri. Quando infatti il piacere del pensiero ottiene la volontà di godere, allora questo piacere è peccaminoso indipendentemente dalla perpetrazione dell'atto. E se coloro che godono così sono colpevoli di fronte all'Onnipotente, riflettete bene a quale peccato si spingono coloro che passano dai pensieri ai fatti.

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18 aprile 2010

XXIII - XXIV. Quello che non ti passa per la testa

Quando, a Londra, ho incominciato la mia direzione spirituale, fra Denis ha messo subito in chiaro una cosa: vivere una vita virtuosa è come imparare a nuotare. Bisogna fare pratica, si migliora con l'esercizio e, una volta imparato, non ce lo si dimentica più. La castità non fa assolutamente eccezione.

Umberto di Romans, nella sua lettera ai domenicani, dà qualche consiglio pratico per imparare a vivere castamente. Il primo passo, dice, è non pensarci. Se si evita di ravanarci sopra con il pensiero, il più è fatto. Un consiglio saggio, senza dubbio. Però mi stupisce un poco che Umberto non abbia raccomandato, innanzi tutto, di controllare lo sguardo. Infatti, si ritiene comunemente che sia ciò che si osserva ad attivare la fantasia.


Forse che nel 1200 andavano tutti in giro completamente coperti, che il problema non si poneva nemmeno? Oppure erano smaliziati come noi oggi, al punto che - con l'inflazione di carne esposta al vento e sulle nostre strada - ormai anche un topless ci lascia indifferenti? O forse che Umberto avesse compreso che il succo della seduzione non è ciò che si vede, ma ciò che si intravede, al punto che perfino un malleolo può scatenare una tempesta erotica?
Oppure, come ogni domenicano, sa che bisogna partire dal cervello...

XXIII. Gli impudici peccano in tre modi quando indulgono in questo vizio: o pensandoci, o godendone pensandoci, o acconsentendo al piacere. La Sacra Scrittura fa un cenno evidente a questa situazione quando introduce -p arlando del peccato dei progenitori - il serpente, la donna e l'uomo (Gen 3). Quindi, in fatto di castità, il vostro cuore sia un trono d'avorio, un letto florido, una sorgente cristallina. Sia ovunque un cortile ben protetto, un ameno paradiso. Sia dentro e fuori un armadio dorato e un'amabile teca di virtù.

XXIV. Per prima cosa, fratelli miei carissimi, sforzatevi di marchiare il vostro cuore con Cristo (Ct 8) e impeditegli di vagheggiare dietro a vanità. Infatti, il cuore è simile a cera, a cui si imprime la forma di qualunque sigillo. Perciò imprimete le vostre menti di immagini belle e decoratele così di gloria interiore.

Impegnamoci anche a spargere i pigmenti dei pensieri buoni nel fuoco dei nostri desideri, con il quale possiamo innalzare il profumo d'incenso di santo amore al cospetto dell'Altissimo. Il nostro desiderio è, infatti, un fuoco e, a seconda dell'essenza con cui lo cospargiamo, emana o una dolce fraganza o un gran puzza.

Possiamo paragonare il nostro cuore anche alla mole di un mulino che macina loglio o frumento, a seconda del desiderio del mugnaio. Facciamo quindi come Salomone che pose sopra il tempio scudi d'oro (3Re 10), per mostrare che ognuno deve prepararsi a resistere ai pensieri volubili. Sappiate tutti che chi pensa cose perverse lascia entrare i ladri nel suo tesoro; che sparge ed innaffia il cattivo seme; che va incontro alle freccie del diavolo senza proteggersi con uno scudo; che scaccia Cristo dal trono inchinandosi a Satana; che lascia entrare nel suo orto porci devastani; che infanga la fonte della propria coscienza; che, abbandonando i fiori, si volge alla merda.

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5 aprile 2010

XXI-XXII. L'amplesso

Dopo aver affrontato ubbidienza e povertà, Umberto di Romans, nella sua lettera ai frati domenicani, incomincia a discutere il voto di castità. Lo fa parlando di nozze, letti, amplessi, abbracci... insomma con un vocabolario e un immaginario tutt'altro che pruriginoso, inusuale per un tema come questo.

La castità, dice Umberto, ci prepara all'incontro con Dio.
Confesso che ci ho pensato molto bene, alla castità, prima di entrare in convento. L'ubbidienza, in fin dei conti, è una grande incognita, ho sempre vissuto semplicemente e la povertà religiosa non mi preoccupa più di tanto, ma la castità... è roba seria. L'intimità fisica e spirituale con un'altra persona è troppo costitutiva della vita di un uomo, troppo importante, troppo bella per abbandonarla senza pensarci sopra settanta volte sette.

Io ho incominciato a farlo e penso che Umberto abbia ragione. Innanzitutto è un miracolo nascosto. Veramente, accostarsi ad una persona senza ambizioni di possesso è fare esperienza della grazia. Rimane un buco nel cuore - certo - che pretende di essere riempito. E' questo, e lo dice anche Umberto, l'alcova in cui viene a riposarsi Dio in persona. La castità è mettere Dio radicalmente al centro del proprio corpo. Sembra una scelta di automortificazione e invece no. In dote c'è addirittura la felicità...


XXI. Dobbiamo abbracciare, come una delle virtù religiose, anche la castità. Essa ci rende adatti alla visione di Dio che trascende la natura, e ci rende conformi agli angeli. E' lei che rende l'anima una sposa fedele di Cristo, che insegna un canto nuovo a chi segue l'Agnello (Ap 14), e ci avvicina a Dio. Uniti con tali nozze, di cui il letto nuziale è la purezza di cuore, le carezze sono la grazia, i figli le opere buone, la dote la felicità eterna. O quanto regali sono quelle nozze, dove l'anima si congiunge a Cristo per amore, dove la sua sinistra, viene messa, come ricompensa, sotto la nostra testa a sorreggere la nostra debolezza, e la sua desta, come premio, ci abbraccia!

XXII. La castità è l'abito nuziale, con il quale saremo vestiti quando ci siederemo al convivio del Sommo Re. Chi non avrà questo vestito di bisso, verrà buttato fuori dalle nozze eterna (Mt 22). Guardate come erano imbarazzati i servi di Davide, a cui i vestiti vennero strappati fino alle natiche (2 Re 10), poichè quelli che ora si spogliano del nobile rivestimento della continenza saranno troppo imbarazzati presso l'Altissimo. E' degno di ogni lode vivere nella carne oltre la carne, ed essere tra le spine e non sentirne gli aculei, come le salamandre, che non bruciano nel fuoco, e i pesci che immersi nell'acqua non affogano, o come il grano che non soffoca nella zizzania. Questo è un miracolo! infatti estirpare dalla propria carne il combustibile della passione è un miracolo maggiore, che scacciare demoni e febbri dai corpi.

28 marzo 2010

XIX-XX. Come un idraulico liquido

Con una serie di mirabolanti immagini e di fantasiose metafore, Umberto di Romans conclude la sua trattazione sul voto di povertà. Leggendola non ho potuto non pensare a quel verso di Bob Dylan: "Se non hai nulla non hai nulla da perdere". Eppure penso che la povertà cristiana sia qualcosa di diverso: suo centro e suo fine non è "un vuoto", ma Dio stesso. Non è vero che il cristiano non ha nulla, perchè ha Dio stesso e vive nel suo amore.

Per spiegare il concetto, userò una metafora ardira almeno quanto quelle di Umberto. In ebraico si usava un'unica parola (nefesh) per indicare gola e anima: come la gola, così l'anima ha fame e sete. Ma, mentre si sa cosa soddisfa la gola, non sempre si sa cosa soddisfi la nostra anima. Infatti, quando si fa alla ricerca di qualcosa che la sazi, si possono commettere errori fatali: il possesso di beni materiali (ma anche il potere o il sesso o la fama e l'ammirazione) non saziano l'anima, ma la intasano al punto da soffocarci. Dio e la sua parola sono, invece, l'unico cibo che ci sazia l'anima e la fa vivere. Ecco cos'è la libertà dei cristiani: non è uno stomaco vuoto, nè una gola ostruita, ma un'anima che respira a pieni polmoni, liberamente.

Ecco perchè
i voti religiosi sono uno strumento di liberazione, un vero e proprio idraulico liquido.

XIX. Chi, nonostante la propria professione religiosa, si preoccupa molto di possedere cose non sue, dimostra di essere privo della grazia di Dio. E' un pessimo affare quello che riempie la borsa e priva l'anima di Dio. Infatti, quanto più un religioso si riempie l'armadio di robe di sua proprietà, tanto più grava la propria coscienza con la mancanza di purezza.
Nel Libro dei Dialoghi si legge che un religioso, siccome aveva nascosto qualche soldo, fu sepolto fuori da un cimitero, meritandosi, invece di una benedizione, questa maledizione: "il tuo denaro sia con te nella perdizione", e i soldi gli furono messi accanto. Tipi così, se muoiono senza pentirsi, sono peggiori dell'inferno, che, quando Cristo morì, almeno restituì ciò che non era suo.

Questi danno una cauzione preziosa per dei beni effimeri: per essi dannano la propria anima e si privano della gioia del cielo. Per cui, un frate che abbandona Cristo per star dietro a se stesso e alla proprie cose, prima o poi finisce per occuparsi di queste in modo vizioso. Dimostra, così, di essere uno stupido, perchè si rimette sul collo la mola da macina che gli era stata tolta, e si ributta nelle spine da cui era sfuggito, e si immerge nel fango dal quale era stato tolto. Come un cane, ritorna sul suo vomito (2Pt 2), e voltandosi in dietro mette mano all'aratro (Lc 9) e scava un solco storto. Io dico che se si soffermasse a riflettere su quello che è successo alla moglie di Loth, che è stata trasformata in una statua di sale, non si attarderebbe molto nel guardare ciò che ha abbandonato. Ancora meno furbo è chi regala ricchezze al proprio asino, ma non si cura affatto della propria indigenza: a questo è simile chi, a dispetto dei propri voti, accumula beni materiali, ma muore di fame per mancanza di beni spirituali.

E quindi, visto che ama le sue cose più di se stesso, egli trascura o ignora l'ordine e il modo in cui si deve amare. Pur essendo morto al mondo, ha paura di morire di fame. Pur essendo sciolto da vincoli, si fa irretire una seconda volta. Pure essendo su una nave, attinge acqua per sommergersi. Pur essendo in giardino, sparge sale, in modo che non crescano i frutti della grazia. Uno così è appropriatamento definito un idolatra, perchè pone nel denaro la fiducia che bisogna porre in colui che solo può salvare.

Come si sbaglia, preferendo a Cristo qualche spicciolo! Rischia di commettere una colpa più disonorante di quella di Giuda, poichè si danna a volte per una sola moneta, mentre Giuda valutò il Signore trenta denari (Mt 26).

Egli perverte l'ordine naturale, perchè ama sopra tutto la terra, che il Creatore ordinò come ultimo degli elementi. E quindi, caro fratello, se hai a cuore di arrivare in cielo in fretta, non tenerti stretto carichi pesanti.

XX. Vi basti, cari fratelli, la povertà e la vostra anima disprezzi i beni effimeri, perchè, se Cristo rimane con voi, sarete sempre ricchi, anche quando non possiederete nulla. E senza di lui sarete sempre poveri e indigenti, anche quando avrete ottenuto tutte le ricchezze del mondo. Sia, quindi, il vostro tesoro colui che solo può soddisfare i desideri dell'anima e senza il quale ogni creatura è vuota. Ecco perchè, se a causa della povertà avrete fame e sete e sarete nudi e sopporteretè scomodità, lui solo vi basti: la grandezza della sua dolcezza ricompensa senza pari tutti i beni del mondo lasciati a causa sua.

Badate bene, fratelli, che, così come il povero passa sicuro in mezzo ai ladri, così anche il religioso che non possiede nulla, quando muore, passa sicuro in mezzo alle trappole del diavolo e gli sfugge. Gli elementi leggeri tendono verso l'alto: così anche i frati, che si denudano completamente di ogni cosa, giungono liberamente in cielo. Un esempio è il povero Lazzaro, che (Lc 16) fu portato da un angelo tra le braccia di Abramo.

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21 marzo 2010

XVII-XVIII. Come e perchè dare la macchina del priore ai prenovizi

Dicevamo che per Umberto l'essenziale della povertà religiosa è la capacità di condividere tutto come se non si possedesse nulla. Nel mondo - il nostro - dell'abbondanza, non abbiamo più bisogno di privarci di nulla: in convento tutti hanno tutto il necessario e non devono chiedere a nessuno. Come si fa, allora, a vivere la povertà? Un piccolo test, a dire il vero, ci sarebbe. Ve lo propongo:

- Sei disposto a condividere l'auto che hai a tua disposizione? [perchè i frati, anche con l'abito, sono sempre maschi!]

a) nemmeno con il priore
b) solo con i confratelli che sanno guidare
c) perfino con i prenovizi

- Sei disposto a condividere i tuoi libri? [perchè i frati, anche senza l'abito, sono sempre domenicani!]

a) nemmeno con il priore
b) solo con i confratelli che sanno leggere
c) perfino con i prenovizi

Risultati: Se hai risposto sempre c) sei perfettamente povero; se hai risposto sempre b) sei perfettamente prudente; se hai risposto sempre a) sei il priore.

XVII. Ma accipicchia! ci sono alcuni che rovinano la povertà, talvolta per il desiderio di possedere, oppure con parole inopportune, o addirittura violando apertamente questa virtù. Ce ne sono molti che, presi dalla sfregola dei desideri, sbavano dietro alle cose che prima avevano promesso di disprezzare: si sono scordati che presso Colui che giudica la volontà viene condannata prima ancora che si trasformi in azione. Al contrario uno dei Padri del deserto, siccome desiderava rubare un cetriolo, si tormentò violentemente sotto il sole, in modo che una tale tortura gli resituisse il senno e moderasse il suo desiderio cattivo (dalle Vite dei Padri del deserto). Coloro che ora aspirano ad avere ricchezze che non potevano avere al di fuori di un convento, se fossero veri discepoli di Cristo, si darebbero da fare per entrare alla svelta nella porta stretta che conduce alla vita (Mt 7), liberati da ogni bagaglio.

Talvolta si trovano alcuni frati che si attaccano a tal punto a certe chincaglierie, che quasi non vogliono cederle a coloro che ne avrebbero bisogno. Altri, magari, siccome non possono dire apertamente di no, sudano quattro camicie per nascondere le loro robe alla vista dei confratelli, nel caso le chiedessero. Questi dovrebbero - piuttosto - amare meno la loro paccottiglia e mettere al primo posto l'amore fraterno. Io mi vergogno per il fatto che alcuni, per delle sciocchezze, si scaldano al punto che - se qualcuno si è anche solo immaginato di toccare anche solo con un dito qualcosa loro - lo insultano, rabbiosi dentro.

Ci sono pure quelli che dicono così: se non mi si dà il permesso di ricevere o possedere questo o quello, d'ora innanzi me ne sbatto del convento. E ci sono pure quelli che si atteggiano in modo tale che il priore nemmeno osa prendere loro ciò che hanno od ordinare loro di prestarlo. E se si prende loro qualcosa, mettono in subbuglio tutto il convento. Ma proprio perchè rivendicano con rabbia un diritto sulla suddetta roba, dimostrano di non essere poveri. Infatti non si agiterebbero tanto, se ritenessero di non possedere quelle cose per cui si scaldano.

Poi ce ne sono molti che non prendono nè spendono soldi senza permesso, e tuttavia, siccome non vogliono vedersi negato questo permesso per nessuna ragione al mondo, non sono certo scusati di fronte a Dio. Altri, che desiderano dare o ricevere qualcosa, aspettano - perfidamente - che il loro superiore sia assente, per poter chiedere al suo vice quel permesso, che credono o temono il priore avrebbe negato. Anche questi potrebbero trovare delle scuse valide di fronte agli uomini, ma di fronte a Dio, a cui ogni cuore si rivela ed ogni volontà parla, hanno abbandonato la via della perfezione. Alcuni pretendono di avere cibi e bevande solo per se stessi, oppure di distribuirli esclusivamente a chi piace loro e non vogliono che ne siano partecipi altri frati, secondo le disposizioni del priore.

E ci sono altri, a cui è stata affidata una certa responsabilità, che affidano le proprietà del monastero a persone indegne, o lasciano incautamente che si rovinino, o comprano cose superflue. Molti, che per i propri bisogni sono piuttosto di manica larga, per quelli degli altri hanno il braccino piuttosto corto. Questi, se intuissero che l'elemosine sono ciò di cui vivono i poveri, le distribuirebbero equamente, con giudizio e deferenza grande e timorosa.

XVIII. I veri amanti della povertà senza permesso non accettano nulla, nè la danno o la posseggono, nè la nascondono nè la prendono in prestito, nè la rubano. Infatti, sebbene ci è permesso avere delle cose in comune, tuttavia non dobbiamo possedere nulla personalmente. Ecco: il nostro padre Agostino visse così poveramente, che, morendo, non fece nemmeno testamento.

E i religiosi, così come non possono avere proprietà, devono anche impegnarsi a cooperare. Dovete sapere che i frati devono trascurare alcune cose sia di fatto che con il cuore (come la proprietà delle cose di cui si sono privati facendo professione); alcune cose le devono tralasciare non di fatto, ma con il cuore (come i beni materiali che, a volte, ci vengono concessi per l'apostolato); alcune cose le devono abbandonare di fatto, ma non con il cuore (come ogni volta che, per obbedienza, si interrompe la contemplazione delle cose celesti).

Ma ehi! vediamo di ricercare i molti vantaggi della povertà! Tuttavia i frati non voglio viverla con le privazioni connesse. In verità, presso Dio onnipotente la povertà viene resa preziosa, quando la si unisce ad una volontà devota e alla sopportazione delle difficoltà. Certamente, per mantenere la virtù della spogliazione volontaria, rendetevi così estranei ad ogni povertà, da imparare che, come, pellegrini e nullatenenti, dovete vestirvi e anche nutrirvi delle pie donazioni al convento.

Quindi, da queste premesse, meditate sul fatto che non dovete concupire disordinatamente nulla di ciò che si può possedere nella vita terrena, nè ve lo dovete intascare disonestamente, nè riceverlo o darlo senza permesso e che non dovete estorcere un permesso, nè possedere qualcosa a dispetto della carità fraterna, nè spendere alcunchè inutilmente.

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14 marzo 2010

XV-XVI. Una maglietta per 20

Il beato Umberto di Romans ha finito di parlare ai suoi confratelli del voto di ubbidienza e ora "mette mano" al tema spinosissimo della povertà. L'antico generale dei domenicani punta subito il mirino del discorso su un aspetto particolare della povertà. Non tratta della semplicità di vita dei conventi, nè di quanti bicchieri di vino si possano concedere i frati, nè se possano o meno piazzare un televisore LCD in mezzo alla sala comune. No. Per Umberto il primo problema è un altro: la condivisione dei beni. I frati, e il maestro generale lo dice chiaro e tondo, non devono considerare nulla come di proprietà personale, ma di tutti. Da questo punto di vista, povero non è chi vive miseramente, ma chi è disposto a spogliarsi di quello che ha indosso per darlo ad un suo fratello che glielo chieda.

Prima di provare la vita conventuale, ho fatto esperienza della povertà volontaria in una baraccopoli di Nairobi, dove ho trascorso qualche mese di servizio civile e dove i poveri lo sono davvero. Mi avevano assegnato a tenere compagnia ai ragazzi della "shamba": un campo con quattro baracca di laminato ai lati, una latrina in cima e, in fondo, quattro banane, cinque manioche e del sukumawiki sparso qua e là. Dentro ci stavano una ventina di giovani raccolti dalla strada e che non avevano nessun posto migliore dove andare.


Io facevo vita in comune con loro, e quindi mi lavavo (si fa per dire) le mie magliette e le appendevo dove loro appendevano le loro. Poi un giorno le mie magliette hanno cominciato a sparire e riapparire sulle spalle dei ragazzi. "Che sfrontati!" pensavo "non si prendono nemmeno la briga di nascondere quel che mi rubano!". Comunque ho nicchiato, fatto l'indifferente e recuperato quel che potevo. Ad un certo punto, però, le mie magliette non mi bastavano più e sarei dovuto andare in giro a pancia al vento. Così mi son detto: "Ora gliela faccio vedere io! Chi di maglietta ferisce, di maglietta perisce!" E mi son messo indosso una delle loro. Con mio grande stupore, nessuno ha detto bah! Nicchiavano anche loro? In realtà non sembravano proprio farci caso. Semplicemente non le consideravano di proprietà personale ma le condividevano tra tutti e consideravano naturale farlo con tutti quelli che si accampavano tra loro. E così mi hanno dato una lezione di povertà volontaria loro, che poveri lo sono per forza...

XV. E ora mettiamo mano ad un altro voto religioso, così vi spiego come dovete vivere senza proprietà personali. Dunque: dall'esempio di perfezione della Chiesa primitiva, potreste imparare a mettere ogni vostro bene in comune (At 2). Gli animali vi insegnano la medesima cosa condividendo le loro prede e, a turno, sacrificando loro stessi per gli altri. Anche le membra di un corpo vi indicano la via della condivisione dei beni, servendosi a vicenda.

XVI. La rinuncia alle proprietà ce la insegnò Cristo con il suo esempio. Il beato Domenico ce la impose sul letto di morte.

Anche la Sacra Scrittura ci spiega il medesimo concetto con tanti esempi. Infatti, in croce, Cristo venne spogliato dei suoi vestiti (Gv 19). Perciò è evidente quanto sia opportuno, anche per noi, denudarsi nudi di ogni proprietà. Lui stesso non aveva, come si dice, dove reclinare il capo (Mt 8, Lc 9).

San Domenico, mentre tornava a Dio, ci comandò, inoltre, l'umiltà, la carità e la povertà volontaria. Il nostro Padre ce ne diede anche l'esempio e, cioè, era povero di denari, ma - per la semplicità con cui viveva - appariva ricco . E si legge anche (Ap 12) che la luna veniva messa sotto ai piedi della donna vestita di sole. Così capiamo che dobbiamo calpestare tutto ciò che passa e va.

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8 marzo 2010

XIII-XIV. Fino alla morte

Commentando la lettera di Umberto di Romans ai religiosi, fra Stefano mi segnala il discorso tenuto da suor Mayte Merino al capitolo generale di Cracovia, nel 2004, intitolato "Ubbiedienza fino alla morte. La libertà impegnata alla missione". Questa è la promessa che ogni domenicano fa nella sua professione solenne ed è a questo che Umberto esorta i suoi confratelli, concludendo la trattazione del voto di ubbidienza.

Di primo acchitto sembra una cosa un po' lugubre, comunque un peso da portare per tutta una vita, ma non è così. L'ubbidienza fino alla morte non è semplicemente un'ubbidienza a lunga conservazione, è molto di più: significa giocare se stessi al 100%, senza riserve. E' un atto che trasforma la qualità della nostra vita e che dà "la vera vita". La vera vita, come spiega suor Mayte, consiste nel lasciarsi possedere dagli altri, lasciare che i nostri fratelli e le nostre
sorelle diventino i nostri proprietari: questa è la vita di Cristo.


Non si tratta - dice suor Mayte - di rinunciare supinamente alla libertà, quanto di offrirla attivamente e quotidianamente a Dio. Si tratta di dire sì all'amore del Padre, mettendoci, nudi e senza paura, nelle sue mani. Un'ubbidienza per tutta la vita è un atto quotidiano di assoluta libertà, di assoluta fiducia, di assoluto amore. Le conclusioni che tira suor Mayte sono bellissime: "ubbidire fino alla morte è vivere ubbidientemente risorti, e vivere ubbidientemente risorti è vivere riconcliati con la creazione, l'umanità e con il dato di fatto, pieno di significato, dell'esistenza [...]. Il potere liberante di Dio è più forte del peccato e dell'oppressione, ecco perchè noi obbediamo senza paura, sapendo che nulla può limitare la nostra libertà, visto che è nella mani di Dio. Dio agisce la nostra libertà."

XIII. E non è che si deve obbedire una volta tanto, ma sempre e senza eccezioni. Ma gli scansafatiche e i disubbidienti dicono in cuor loro: "Vediamo che coloro che sono renitenti ad obbedire non hanno impegni nè obblighi onerosi. A questi qua, infatti, viene accordato e risparmiato di tutto, mentre gli altri, che si rendono sempre disponibili, devono continuamente farsi il mazzo." "Chi, infatti, - dicono - potrebbe tenere d'occhio tutto quello che viene ordinato?" Di fatto, se apriamo l'occhio del cuore, possiamo constatare che quelli dovrebbero dispiacersi per ciò che viene loro risparmiato. E questi altri, invece, dovrebbero gioire per quello che non viene loro risparmiato. E allora, i disubbidienti attribuiscano ad una loro colpa, e non alla loro virtù, le fatiche che talvolta riescono a svicolare. Questo succede, piuttosto, perchè non si crei uno strappo peggiore e non si scuota un ramo già spezzato (Is 42). Così Dio non ha ordinato di scrivere l'atto di ripudio, ma lo ha permesso soltanto (Mt 19).

Quindi esultino questi che vengono sovraccaricati di incarichi, perchè, mentre si moltiplicano gli oneri sopra le loro spalle, si moltiplica anche i motivi di merito e, di conseguenza, anche la gioia per le ricompense future. Sono liberati dall'ozio, la pena per i loro peccati diminuisce, le occasioni di tentazione vengono meno.

Sappiate, quindi, che, sebbene tutti gli uomini siano in qualche modo obbligati ad obbedire, i religiosi - in virtù della loro professione - lo sono in modo maggiore. Infatti ai capi famiglia ubbediamo nella buona gestione della casa, ai re quando governano la nazione, ai parroci quando spiegano la Parola di Dio e amministrano i sacramenti; ai superiori degli ordini religiosi ubbidiamo osservando la disciplina; a Dio, il capo dei capi, ubbidiamo fuggendo i vizi e osservando i comandamenti

Voi, quindi, fratelli, che vi siete legati all'obbedienza in modo speciale senza alcuna clausola di eccezione, seguite l'esempio del Salmista che dice: io mi sono incamminato verso tutte le tue leggi (Sal 118,6). E non scordatevi mai che chi offende il Signore anche in un solo precetto, perde tutti i meriti dovuti alle osservanze precedenti (Gc 2).

XIV. La vostra obbedienza sia anche perseverante. Quando fate la vostra professione, vi impegnate ad ubbidire fino alla morte. Siccome è la fine - e non l'inizio - a svelare il valore di un gesto, è chi non lascia l'obbedienza fino alla fine a venire incoronato con la gioia beata ed eterna. Chi vuole che la Verità mantenga le promesse che gli ha fatto, sia lui in primo luogo a mantenere le sue fino alla fine. Chi, infatti, secondo le parole di Cristo (Mt 10.24), persevererà fino alla fine, verrà certissimamente salvato.

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28 febbraio 2010

XI-XII. Troppi rospi (?)

Quando un giovane entra in un ordine religioso, spesso cerca una vita radicale: scelte forti, controcorrente: liturgia d'antan (per alcuni), sandali anche nella neve (per altri), il vangelo senza se e senza ma (per tutti). La fregatura è che spesso questa smania di radicalismo è romanticismo e poco più: rivoluzione da pantofolai... Quando si tratta di essere radicali per le cose noiose, banali e poco cool, ecco che si smorza la sfregola! eccome si smorza!

Due miei amici mi raccontavano spesso di un ragazzo, poco più vecchio di loro, che avevano conosciuto. Un giorno ha lasciato la ragazza e la città e si è fatto francescano. Loro mi raccontavano di come si arrampicava in montagna senza paura, saltava i crepacci con disinvoltura, appena guardava dove metteva i piedi: questa è la fiducia nell'Amore di Dio, spiegava.

Poco prima che partissi i miei due amici mi hanno raccontato ancora di lui: aveva lasciato (beneauguranti, i miei amici...). Troppi rospi da ingoiare, aveva detto. E mentre pensavo a quanto poco radicalmente evangelico mi avrebbe reso il vino a tavola, mi è venuto un sospetto: che la cosa davvero da "duri e puri" è ingoiare rospi. Poi ho scoperto Umberto di Romans, e mi ha fatto sentire un pivello in fatto di rivoluzione (beh, Umberto di Romans farebbe mangiare la polvere anche a Gino Strada): non solo bisogna ingoiare rospi, ma bisogna farlo pure con gioia!

Acciderbolina. Speriamo almeno che siano piccoli (i rospi).


XI. Dopodiché dovete sapere che non bisogna fare mai nulla tenendo il muso o controvoglia (2Cor. 9). Infatti un'obbedienza gioiosa rallegra il superiore che comanda, allevia la fatica di obbedire e, per di più, rasserena la coscienza. Davvero: se qualcuno ubbidisce tutto mogio, fa come Simone Cireneo che ha portato la croce per forza (Mt 27). Il carro non lubrificato cigola sotto il suo bagaglio. Lo stesso vale per chi esegue un ordine tutto depresso: si dimostra privo dell'unzione dello Spirito Santo. Al contrario, chi non rifiuta nel cuore l'onere imposto, nè mostra segno di disappunto, solleva - come Andrea - la croce allegramente.

Ci sono alcuni che fanno di cuore cose anche faticose, purchè siano quelle che piacciono loro. Altri intraprendono con seriosità anche le cose facili, per la sola ragione che sono state imposte. Ciò è sicuramente dovuto alle abilità persuasive del diavolo: ci rende gravoso ciò in cui, evidentemente, c'è maggior merito, mentre si fa in quattro per farci sembrare piacevole ciò che riconosce essere meno utile alla nostra salvezza.

XII. Per obbedienza bisogna fare le cose difficili più che quelle facili. L'obbedienza è sicuramente preziosa quando riguarda ciò che è piacevole (e comunque, non perchè sia piacevole, ma perchè è imposto). Ma ancora più prezioso, più dell'oro e del topazio, è obbedire a ciò che non ci garba. In questo caso - benchè le nostre passioni a volte mormoreggino - la ragione è sempre preparata, come lo era Cristo che, sebbene chiedesse che gli venisse tolto il calice della passione, tuttavia aveva sottomesso la sua volontà al Padre (Mt 26). Nel rendere meritoria l'obbedienza, fratelli miei, insieme alla prontezza della volontà, vale molto anche il disagio che uno si accolla.

Quando abbracciamo la vita religiosa, muoriamo al mondo e, in qualche modo, siamo seppelliti alle attività terrene. Ecco perchè, in virtù dell'obbedienza, mortifichiamo continuamente la nostra volontà: per guadagnarci di vivere sempre in colui che per obbedienza ha versato il suo sangue.

Quindi non sognatevi mai di rispondere ad un ordine di un superiore con un "non possiamo" o un "non sappiamo", quando conosco gente al vostro pari, anzi perfino più scarsa di voi, che ha tentato, in virtù dell'obbedienza, anche cose impossibili secondo il giudizio umano. Infatti, Dio onnipotente dona la forza al corpo, quando una volontà, che ferve di obbedire, dà una mano all'intelligenza. Così uno dei Padri santi, eseguendo, al di là di ogni speranza, un comando di un superiore, ha mosso - grazie ad una forza non sua, ma divina - un macigno (dalle Vite dei Padri del deserto).

Da queste prove potrete intuire che il discernimento è proprio dell'obbedienza anche se - in qualche modo - è priva di discernimento, al punto che qualcuno in virtù dell'obbedienza tenti imprese che a volte, agli occhi del mondo, sembrano fuori di testa. Ed è qui che l'obbediente canta vittoria (Pro 21): la volontà, che si piega naturalmente verso le comodità, vincolata dall'obbedienza si piega anche verso le scomodità.

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21 febbraio 2010

IX-X. L'ordine democratico

Fra Silvestro, commentando i miei commenti alla lettera all'ordine di fra Umberto di Romans, mi diceva che era venuto il momento di parlare della differenza tra gesuiti e domenicani in fatto di obbedienza. Aveva ragione. Infatti, se i gesuiti sono chiamati ad ubbidire "perinde ac cadaver", cioè come corpi privi di volontà, i domenicani pongono un limite ben chiaro alla loro obbedienza: nemmeno per obbedienza bisogna fare il male.

Umberto ricorda che, anche nell'obbedire, bisogna rispettare le gerarchie e quindi ricorda ai suoi confratelli che bisogna ubbidire a lui medesimo - in qualità di maestro generale - prima che a priori o provinciali. Però, siccome "il vero boss" non è Al Capone (e nemmeno il generale dei domenicani), ma Dio in persona, è Lui che bisogna seguire in ultima istanza. Qualunque cosa vada contro la Sua volontà va evitata accuratamente, fosse anche il papa ad ordinarcela.


Comunque, se il sogno di
ogni maestro generale è di avere dei frati docili come quelli descritti da Umberto, il sogno di ogni frate domenicano è di avere maestri generali altrettanto obbedienti. Infatti ogni generale dei Predicatori, oltre a Dio e al papa, deve seguire le decisioni dei capitoli dell'ordine. Una caratteristica domenicana è, infatti, la democraticità delle sue strutture di governo. Pare addirittura che perfino i padri costituenti degli Stati Uniti abbiano preso ispirazione dalla costituzione dell'ordine per scrivere la loro. Ogni carica, dal priore al generale, è elettiva e la sovranità ultima risiede nelle assemblee dei rappresentanti dell'ordine (chiamate capitoli). Il capitolo generale è quello che riunisce rappresentanti dell'ordine da tutto il mondo ed elegge il maestro generale, che è obbligato a rispettarne le indicazioni.

I capitoli si tengono ogni 3 anni e si distinguono tra loro a seconda di chi vi partecipa. C'è il capitolo dei "definitori", a cui partecipano dei frati delegati per elezioni dalle comunità locali. Dopo 3 anni c'è il capitolo dei provinciali, a cui partecipano i maestri di ogni provincia domenicana. Infine, dopo altri 3 anni, c'è il capitolo generale, a cui partecipano provinciali e definitori. La stessa struttura di governo si ripete a livello di provincia. Le decisioni importanti vengono prese da più capitoli successivi, proprio come le leggi politiche devono essere approvate da camera e senato.


Ho scritto anche troppo. La parola a Umberto:



IX. Fratelli, la vostra obbedienza sia tanto spontanea da compiere gli ordini senza discussioni ritenendo, al vostro riguardo, di non valere una cippa. Infatti, mettendoci a giudicare le intenzioni di chi ci dà un ordine, ci apparecchiamo da soli una lotta interiore. Ed è per questo che chi si mette a questionare le ragioni -che ignora- di un ordine, si ficca in un labirinto di errori. Certo è che così il merito dell'obbedienza perde di purezza, giacchè si ritiene, con l'occhio della presunzione, che il superiore dia ordini stupidi. In verità, anche se il superiore talvolta vi ordina cose, che a vostro giudizio non sono esattamente utilissime, ciò non deve assolutamente spingervi a disobbedire. Infatti, anche se quello vi avesse dato un comando idiota, in nessun modo voi sbagliereste nell'ubbidire, a meno che non vi ordini qualcosa che va contro Dio.

Se, infatti, le cose che fate per obbedienza non sono sempre utili al convento, comunque sono sempre utili a voi. A che cosa servì, infatti, che uno dei padri del deserto seguisse l'ordine di irrigare, per lungo tempo uno stelo arido, se non che questo, crescendo rigoglioso, dimostrò la virtù dell'obbedienza e il merito di chi obbedisce?

Davvero, il culmine dell'obbedienza è chi si rende deficiente agli occhi di questo mondo: non disquisendo nulla né valutando alcunchè di ciò che è stato comandato, ma, con molta semplicità e fiducia, ritenendo utile e saggio ciò che gli ha prescritto la legge di Dio o la valutazione del suo superiore. E se, in questo modo, ci saremo svuotati dello spirito nostro, verremo ricolmati di quello di Dio. Osservate come ogni creatura obbedisca al suo Creatore senza discussione, al punto che Lui può farne qualunque cosa piaccia alla sua maestà. Da questo esempio ci viene chiaramente insegnato a non opporsi mai ai nostri superiori con la disubbedienza, adempiendo con spontaneità agli ordini.

X. Nondimeno, bisogna che l'obbedienza sia ordinata, affinchè, nel caso in cui il suo ordine gerarchico venga sovvertito, non si corrompa conseguentemente anche il frutto dell'obbendienza. Quindi, non scordiamoci che, come la nostra ragione deve essere sottoposta al Creatore, così la volontà lo deve essere alla ragione e le passioni alla volontà. Infatti, quando le passioni sono recalcitranti nei confronti della volontà, o la volontà lo è nei confronti della ragione o la ragione verso il Creatore, allora nell'anima si perde la corretta gerarchia della sottomissione. E allora, secondo il giusto giudizio divino, ciò che è a noi sottoposto ci si rivolta contro quando noi (dal canto nostro) non obbediamo ai nostri superiori.

Anche nell'obbedire, quindi, bisogna rispettare la gerarchia, considerando i diversi gradi dei superiori, affinchè, in qualche modo, sia data la precedenza a quelli maggiori rispetto a quelli minori. Infatti, se due superiori ordinano due cose opposte, bisogna ubbidire in ogni modo a quello maggiore. Quindi, siccome Dio è il nostro superiore assoluto, bisogna ignorare bellamente gli ordini degli uomini, quando ordinano qualcosa contro Dio. Bisogna, infatti, come dice Pietro (At 5) obbedire a Dio piuttosto che agli uomini.

E' chiaro quindi che non dobbiamo mai compiere il male per obbedienza, mentre per essa è possibile ragionevolmente rinunciare, talvolta, a compiere delle opere buone. Sappiate infatti che la vita contemplativa sopravanza sotto molti aspetti quella attiva. Tuttavia, quando un religioso è trascinato dall'una all'altra, ciò che trascura a causa di un ordine, viene compensato, nell'insieme dei meriti, dalla virtù dell'obbedienza.

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14 febbraio 2010

VII-VIII. Solo per amore

I seguenti paragrafi della lettera del beato Umberto di Romans ai suoi confratelli domenicani sono crudi (e la mia traduzione non ha fatto nulla per addolcirne la crudezza): il nostro corpo va inchiodato alla croce dell'obbedienza, la nostra volontà va offerta in olocausto, sgozzata e bruciata, noi dobbiamo diventare come docili animali che non hanno bisogno né di frusta né di speroni per ubbidire. La radicalità della vita evangelica è questa, non c'è nulla di romantico e fa tremare i polsi (almeno a me). Sono cose da pazzi, da pazzi innamorati.

E Umberto, infatti, ce lo dice chiaramente che quello che trasforma l'ubbidienza, la dilata e la valorizza e la rende spontanea e immediata, è l'amore. Un frate (ma questo vale anche per tutti i cristiani) non deve ubbidire perchè deve, perchè qualcuno glielo impone, fosse anche Dio in persona. Un frate ubbidisce perchè ama e all'Amore non si può non ubbidire.


Chi ama la propria ragazza, non aspetta che sia a lei a chiedergli un mazzo di fiori per regalargliene uno. Chi ama la propria ragazza cerca sempre di intuire quali siano i suoi desideri per realizzarli prima ancora che vengano espressi. E non fa tutto questo per paura che lei lo lasci. Lo fa perchè la ama e non c'è bisogno di altro. L'amore è il motore di chi ama, non la paura.


E' lo stesso anche per i frati, per tutti i religiosi e per tutti i cristiani nei confronti di Dio. Se Dio è padre (anzi papà) buono, come posso avere paura di lui? Come posso non pensare che Lui non voglia altro che il mio bene? Come posso non rispondere al Suo amore incondizionato?



VII. Allora, fratelli, la vostra obbedienza sia devota. Infatti bisogna accollarsi gli ordini, con la stessa devozione che avremmo se fosse Dio in persona a darceli. Infatti, noi non obbediamo agli uomini, ma, nell'uomo, a Dio. E' fuori di dubbio che offrirete un sacrificio gradito al Redentore nel momento in cui proprio per lui vi sottometterete alla volontà di un altro. Volesse il cielo, fratelli, che fossimo crocifissi con Cristo nell'ubbidienza, in modo che, così come le sue membra furono fissate con i chiodi, così anche le nostre siano inchiodate agli ordini dei nostri superiori; sapendo con certezza che saremo tanto più liberi presso Dio, quanto più devotamente ora limitiamo noi stessi.

Ed infatti, non a caso questa virtù viene preferita alle vittime sacrificali (1Re 15), perchè nell'obbedienza si macella in olocausto a Dio onnipotente la propria volontà, mentre con un sacrificio si macella carne altrui. Nei digiuni, e nelle veglie, e nelle preghiere ci possono eguagliare i laici, che, quando giudicheremo con Cristo nel giorno del giudizio, sopravanzeremo, proprio perchè saremo stati migliori di loro nel rinunciare alla nostra volontà e nell'obbedienza (Mt 19). Quindi, dobbiamo stare attentissimi a non zoppicare affatto sotto questi due aspetti.

VIII. L'obbedienza sia anche volontaria: non abbia bisogno nè di frusta nè di speroni, ma si muova al minimo fischio. Infatti, l'obbedienza che osserva gli ordini è lodevole; ancora più lodevole è quella che ottempera a consigli e ammonimenti; ma degna di ogni possibile lode è quella che si conforma ai desideri di chi ordina.

Ma valgono un nulla quelli che vogliono sentirsi dire dai propri superiori quello che garba a loro, piuttosto che fare le cose dette come se garbassero. E che desiderano che il superiore obbedisca loro, e non viceversa. Questi sono tutti preoccupati di imitare non l'apostolo delle genti che disse: Signore, cosa vuoi che faccia? (At 9), ma il cieco a cui il Signore disse: Cosa vuoi che ti faccia? (Lc 18, Mc 10).

E' chiaro, quindi, fratelli miei, come ci siano due tipi di obbedienza: una che viene dall'obbligo, e un'altra che viene dalla carità. La prima osserva gli ordini, la seconda si fida di consigli e ammonimenti. La prima è limitata dal suo essere obbligata, l'altra viene dilatata dall'ampiezza dell'amore. La prima, in virtù dell'essere imposta, è propria dei servi; la seconda, in virtù della libertà di spirito, è propria dei figli. E comunque sarà tanto più accetta quanto meno sarà dovuta.

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7 febbraio 2010

V-VI. Tutti in riga!

Quando sono entrato per la prima volta in un convento, rimasi un po' scandalizzato dalla presenza di cuoche, sarte e donne delle pulizie. Mi chiedevo, infatti, quanto questo si conciliasse con il voto di povertà. Io, in fin dei conti, quando lavoravo, cucinavo, lavavo e stiravo per conto mio, dopo una lunga giornata lavorativa. Così, penso, fanno tutte "le persone nel mondo".

Da dentro al convento la prospettiva cambia un poco e si cominciano a capire le ragioni di queste presenze "aliene". La prima è di carattere pratico: molti frati non sono in grado, per mancata educazione o per anzianità, di fare da sè. Se l'onere della gestione del convento dovesse cadere tutta sui frati abili, questi non avrebbero il tempo di fare altro...

Mi è parso di intuire che ci sia anche un'altra ragione, più sottile e psicologica. Chi lavora oggi in un convento è spesso donna. Oltre a svolgere con professionalità e sollecitudine il loro lavoro, assolvono anche, all'interno delle dinamiche conventuali, un ruolo materno e donano un tocco di femminilità ad un burbero ambiente maschile. Sono loro ad avere delle attenzioni particolari per i frati malati o per i frati festeggiati, magari un giorno, gratuitamente, cucinano qualcosa di speciale o accompagnano qualcuno all'ospedale. Ascoltano sfoghi e sopportano umori storti.


A queste due ragioni, Umberto ne aggiunge una terza -sorprendente- alla fine del sesto paragrafo della sua lettera all'ordine domenicano: chi lavora in un convento èspesso da esempio per i frati in materia di obbedienza. Molti frati, suggerisce Umberto, si dovrebbero vergognare delle loro bizze guardando i loro collaboratori domestici. Io non posso che sottoscrivere questo notazione dell'antico maestro generale, non perchè i nostri frati siano particolarmente disobbedienti, ma perchè l'amore, l'impegno e la dedizione che le signore del convento di San Bartolomeo dedicano al loro lavoro trascende di molto ciò che è dovuto per salario.

Se un frate ubbidisce solo al suo superiore, le nostre Ma. e Mo. devono fare ben di più, visto che ogni frate si sente un po' padrone in convento. Quando un frate lavora si può rinchiudere in camera e state certi che non verrà più disturbato, mentre Ma. e Mo., oltre a campanelli e telefoni che suonano, si ritrovano anche gli affamatissimi postulanti tra le gonnelle. E la cosa più straordinaria delle due "mamme" del convento è che non le si sente parlare mai male di nessuno dei frati (anche se, a volte, forse ne avrebbero qualche ragione!). Chissà se anche la santità del beato Umberto non nasce dall'esempio di qualche cuoca indaffarata tra i pentoloni di un convento...

V. Affinchè la vostra obbedienza sia davvero gradita a Dio onnipotente, assicuratevi che sia: pronta e senza ritardi; devota e senza disprezzo; spontanea e senza obiezioni; semplice e senza discussioni; gioiosa e senza turbamenti; risoluta e senza paura; universale e senza eccezioni; perseverante fino in fondo.

VI. Pertanto, il buon frate stia sempre preparato e tranquillo, in modo che lo si trovi sempre pronto ad obbedire. Miei diletti, siate, quindi, duttili come l'oro e flessibili come una frusta, che si raddrizza e si piega a piacimento. Siate girevoli come ruote, che rotolano grazie ad una spinta dello spirito (Ez 1). Siate come una bestia da soma, sul quale si mette di tutto un po'. La sillaba ancipite è sicuramente molto gradita ai parolieri, perchè la si può mettere dovunque. Allo stesso modo il frate sempre pronto ad ubbidire a Dio è gradito agli uomini, perchè non rifiuta nessun ordine.

Avete letto, carissimi, perchè, una volta chiamate, le stelle avevano risposto: Eccoci! (Gb 38). Da questo passo si capisce, infatti, benissimo quanto debbano essere unite la voce di chi ordina e l'azione di chi ubbidisce. E proprio così si dimostrò quel monaco che, appena fu chiamato, lasciò a metà la lettera che stava scrivendo e venne subito, come si racconta nelle Vite dei Padri del deserto. Ma alcuni sono, al contrario, delle vere e proprie pietre quadrate e, a stento, li si riesce a spingere all'obbedienza. Di loro dice la Sapienza (Qo 10): a spostar pietre, ci si fa male. Infatto, nel momento in cui un superiore si sforza di portare qualcuno alla virtù dell'obbedienza, a causa dell'opposizione del disubbidiente, suda quattro camicie.

Vi faccio un esempio per invitarvi ad ubbidire sul serio con prontezza: non c'è ritardo che tenga quando il capitano dà un ordine in mare. Ci si chiede qualcosa e noi disubbediamo al nostro superiore? Vi faccia vergogna il fatto che talvolta i nostri dipendenti sono più pronti, per uno stipendio da fame, a fare lavori pesanti che noi ad ubbidire ai nostri superiori per la gloria eterna.

31 gennaio 2010

III-IV. Una volta (non) era tutta un'altra cosa

In giro c'è un sacco di gente che ha una gran nostalgia dei gran bei tempi andati. A scuola ci sono quelli (tutti cresciuti prima del '68) che vagheggiano la scuola del prima del maggio parigino. In parrocchia, invece, ci sono quelli (tutti nati dopo il '65) che sognano la Chiesa preconciliare. I più numerosi (tra cui conto anch'io) sono quelli che si ricordano com'era il calcio prima della sentenza Bosman.

Insomma, noi fantastichiamo dietro all'età dell'oro finché non ci capita tra le mani un libro scritto nel presunto periodo aureo. E magari scopriamo che somari (insegnanti) e teppisti (alunni) affollavano anche la scuola di Gentile, che i preti tridentini in seminario ci andavano più per soldi che per fede e che le partite di calcio erano un palla proprio come oggi.

Uno di questi testi sono i paragrafi seguenti, tratti dalla lettera all'Ordine dei Predicatori, scritta nel 1250 dal Maestro generale, il beato Umberto di Romans.
Ecco servito chi credeva che i frati del 1200 erano tutti pii, devoti e santi. A leggerla, la lettera di Umberto sembra scritta oggi per un qualsiasi convento dell'ordine (non per quello di Bergamo, ovviamente). Allora come oggi i frati si imboscano, si atteggiano, fanno fughine, brontolano, ricattano il priore e ingoiano cammelli...


III. Al contrario, la disobbedienza è proprio odiosa! Infatti, è paragonabile al delitto dell'idolatria (1Re 15). Disobbendendo si commette, in spirito, o un furto o una rapina. Se si disobbedisce di nascosto, si tratta di furto; se lo si fa apertamente, allora è una rapina: in entrambi i casi ci appropriamo, contro il volere del padrone, di una cosa altrui. Infatti, rivendichiamo ingiustamente la volontà che abbiamo abbandonato a favore di Cristo. Non ingiustamente, quindi, il nostro padre Adamo viene privato, a causa della disobbedienza, di immortalità ed innocenza ed è scacciato dalle delizie Paradiso per essere spedito in questa valle d'infelicità (Gen 3). Così si capisce bene la gravità di questa colpa!

IV. Ci sono molte cose che rendono l'obbedienza lodevole. Sono ancora di più quelle che la guastano. Ad esempio, ci sono alcuni che, per spicciarsi in fretta, fanno alla carlona i compiti a loro affidati. Altri, poi, estorcono il permesso; altri non si preoccupano di ottenerlo; altri non temono di fare ciò che più aggrada loro, anche se viene negato loro il permesso; altri controbattono al loro superiore quando dà loro un incarico - e tuttavia obbediscono; altri accettano l'ordine con molta devozione per poi guardarsi bene dall'eseguirlo; altri, per evitare di ricevere un compito, si imboscano; altri, ed è la cosa peggiore, si atteggiano in modo tale che il superiore non osa neppure ordinare loro qualcosa.

Alcuni dicono di non sapere o di non essere capaci di fare ciò che viene loro affidato, riuscendo nell'impresa di aggiungere alla disobbedienza la menzogna, visto che il loro vero impedimento non è l'ignoranza o l'incapacità, ma la volontà. Alcuni non vogliono fare le cose che vengono loro richieste per paura che poi si prenda l'abitudine a richiederle a loro. Altri le fanno brontolando, oppure non spontaneamente ma controvoglia. Altri ancora, eseguono gli ordini ma facendo il muso e molto lentamente.

Ci sono anche quelli che ottengono ciò che vogliono con minacce o preghiere importune. E se, talvolta, viene loro negato un permesse, mettono sotto sopra il convento e vanno in crisi. Tutti questi, se prestassero attenzione, nella loro coscienza, alla vera disobbedienza, si accuserebbero con forza delle colpe di cui sopra. Macché! Sono molti quelli che filtrano la zanzara e ingoiano il cammello (Mt 23), che si puniscono per le piccole negligenze e si scordano quelle più gravi, come se non si rendessero conto di questa pericolosa condizione. Se, infatti, amassero di cuore puro, si sforzerebbero di correggere non tanto una singola azione cattiva, quanto l'atteggiamento cattivo.

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