Se chiedete ad un frate domenicano cos'è l'umiltà, lui vi risponderà, quasi sicuramente, che l'umiltà è il dare il giusto valore a se stessi. Il brutto è che non è assolutamente facile autovalutarci. Alcuni sono arciconvinti di valere molto, magari perchè sono belli, ricchi, intelligenti, potenti, uomini di successo. Se sei Mourinho, e hai vinto tutto allenando squadre dall'alta propensione a perdere, come il Porto o l'Inter, pensi di avere tutte le ragioni del mondo a sentirti "
the special one". Altri sono dell'altra sponda: si sentono delle cacche e come tali si comportano.
Credo che uno cominci a darsi il suo "tasso di cambio reale", quando realizza che tutto quello che ha non se l'è dato da solo, ma che gli viene da Dio: dove sei nato, i genitori che hai avuto, il tuo carattere e le tue doti naturali, il fatto che ti alzi ogni mattina. Quando uno si ficca in testa questo concetto, poi non accampa diritti fondati sulla propria bravura e non cerca nemmeno di essere incensato. Non fa sfoggio di
tituli, nè chiede conto di quelli degli altri, ma come fa Paolo di Tarso, se si vanta, si vanta in Cristo. Non lotta più per essere riconosciuto
signore, ma mette le se doti a
servizio degli altri. E se ritiene di essere un buono a nulla e di non avere nulla da dare al mondo, si ricordo che non sta disprezzando se stesso, ma i doni che il Padre gli ha dato.
Ecco, come
ricorda Umberto di Romans, dall'umiltà sbocciano tutte le altre virtù. Forse addirittura la fede, che non è altro che riconoscere di non bastare a se stessi e che nessuna Champions League, ma solo un Altro, potrà mai soddisfare il desiderio di trascendenza, inscritto nella nostra anima.

XXXVII. Per riconoscere il valore dell'umiltà, cercate di comprendere la ragione per cui essa è: la cenere che conserva il calore dei carboni della virtù; il fondamento che sostiene l'edificio spirituale in modo che non cada; la scala che ci porta in cielo.
L'umiltà stessa, infatti, conserva le altre virtù, ci rende simili al nostro Capo, orna ogni azione con la sua bellezza. Essa è ciò che Dio ama, lodevole per se stessa, in mille maniere utile a noi e di esempio al prossimo. L'umiltà è certamente la virtù che ottiene i beni che ci mancano, consolida quelli che già abbiamo, recupera quelli che abbiamo perso.
XXXVIII. Se, quindi, qualcuno si sforza di essere perfettamente umile, provi a mostrarsi sordo, cieco, muto e persino stolto nell'intimo, affinchè non senta, dica o veda nulla che lo trattenga dal suo proposito e non rinunci a un comportamento virtuoso per paura di essere deriso.
Ciascuno coltivi l'umiltà in modo perfetto affinchè, così come ne fa mostra esteriormente nelle sue opere, così la trapianti anche giù nel suo cuore. Non siate, quindi, come quelli che amano l'umiltà, ma non vogliono essere disprezzati, poichè questi, se conoscessero davvero l'umiltà, non dubiterebbero affatto che essa consiste nel disprezzo delle proprie qualità.
Nel vestirvi mantenete un tale equilibrio da non farvi notare per originalità o lusso ma nemmeno per eccessiva trasandatezza. La superbia, qualche volta, si rafforza dalla propria mortificazione. Infatti, uno si impegna ad umiliarsi e poi finisce scioccamente per vantarsene.
Allo stesso modo, uno digiuna per Cristo e poi, spesso, se ne gloria. Questa è la ragione per cui, quando un tal frate chiese perchè si potesse digiunare più facilmente in comunità che da soli, gli venne risposto: "Perchè in monastero è il venire indicati dagli altri che ci nutre, mentre, quando si è soli, non c'è alcun testimone del digiuno." (Dalle Vite dei padri).
Continua qui.